È davvero finita l’era Viviano?

Viviano sampdoria
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L’infortunio di Viviano e la rinascita di Puggioni: quando il destino è triste e fortunato per la Sampdoria

«Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato. Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, il giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura». È difficile credere che una storia duri per sempre, che nella sua creazione non possa al contempo coesistere la sua fine. Ammiriamo l’arrivo, detestiamo la partenza: è un fattore genetico, sentimentale, emozionale. Non siamo in grado di accettare la conclusione di una qualcosa neppure se possediamo un’alternativa valida e rasserenante. Ciò accade nel quotidiano come nel mondo del calcio, nemmeno se dovessimo scegliere tra Emiliano Viviano e Christian Puggioni.

Perché scegliere, verrebbe da dire? Perché non entrambi, se insistessimo? Ecco la risposta: non si può avere tutto, bisogna accontentarsi e fare la scelta che crediamo essere la migliore. Sarebbe bello parlare di dualismo da qui al termine della stagione, sarebbe bello vedere la Sampdoria non in due, ma in quattro mani sicure. Due di un costruttore, arrivato con grandi aspettative tra la gente e capace di porre le fondamenta di una porta che da tempo, forse dai tempi della qualificazione per il preliminare di Champions League, non riceveva una custodia del genere. E due di uno che pianta le radici della sua essenza nella fede blucerchiata, di chi fa un giro immenso ma torna sempre da dove è partito. Non ci sono gradini, classificazioni, giudizi morali o astratti: ambo le figure, entrambi i portieri devono obbligatoriamente essere posti sullo stesso livello.

Non un migliore piuttosto che un peggiore. C’è solo il destino di due persone che professionalmente potrebbero prendere strade diverse. Un destino che gioca brutti scherzi e talvolta belli, un destino inaspettatamente sorprendente e in grado di mischiare la carte in tavola. Viviano è quel galantuomo prudente e generoso, attento e sofisticato, il cui infortunio allo scafoide ha posto fine probabilmente alla sua avventura in blucerchiato: resterà solamente se la situazione non subirà evoluzioni. Il suo ciclo alla Sampdoria durato anni, il suo impero abbattuti ideologicamente in poche settimane da un eroe moderno, romantico come ama definirsi lui stesso. Un Puggioni nel posto giusto al momento giusto, capace di rimarcare quanto costruito da bambino e difendere l’onore della sua squadra dalle temibili fauci del Grifone. Da lì in crescendo, una climax di prestazioni considerati anche alcuni errori ammissibili. Un Puggioni che, però, non ha intenzione di fermarsi, di cedere il passo a un amico più che collega il quale attende solamente di recuperare la condizione fisica. Potrebbe essere tardi, forse lo è già. Il viaggio continua. Quello di Viviano lontano da Genova, quello di Puggioni ormai radicato lungo il sentiero dai quattro colori, quello della Sampdoria infine povera di uno ma ricca di un altro. Paradossalmente i sentimenti si invertono: adesso proviamo gioia per l’arrivo, infelicità per la partenza. È la vita, sicuramente destinata a proseguire senza voltarsi indietro.

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