Cassani: «Io e Montella abbiamo azzerato il passato. Futuro? Prima la salvezza»

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Chiamato in causa per sostituire l’infortunato Lorenzo De Silvestri fino al suo rientro, Mattia Cassani ha invece collezionato ben 22 presenze: «Se avevano scelto me, vuol dire che davo garanzie adeguate, che si fidavano. Con Zenga, che mi aveva già allenato a Palermo, c’era un ottimo feeling. Con Montella avevo già lavorato, mezza stagione a Firenze più un ritiro estivo. Mi utilizzava poco. Mi sono rimesso totalmente in gioco, lui ha azzerato il passato, ha detto che tutti avremmo dovuto meritarci la maglia sul campo. Ho avuto opportunità, continuità di gioco e presenze. Per me è un motivo di orgoglio, anche perché appunto a Firenze con lui giocavo poco», ha dichiarato il difensore a Il Secolo XIX.

 

E, dunque, dopo il rientro di De Silvestri non si è messo al calduccio, anzi gioca sempre: «Ho continuato ad allenarmi come se dovessi giocare sempre. Il cambio di modulo mi ha agevolato, Montella mi vede nella difesa a 3, esterno destro e sinistro, con il Sassuolo per un po’ ho fatto il centrale di quella a 4. Sono duttile, qualità del giocatore moderno. Il primo a utilizzarmi nella 3 è stato Gasperini nella Juve Primavera, con Gastaldello e Piccolo. Novellino nella Samp il primo a schierarmi esterno destro della 4, ruolo che ho fatto a lungo. A Firenze in ritiro si fece male Rodriguez, e Montella per un mese mi schierò al suo posto. Al Parma Donadoni, maestro d’intuizioni, una decina di partite da centrale. Montella deve avere avuto questo rimando, di me schierato nella difesa a 3. E si deve essere detto, perché no».

 

Cassani considera, dunque, la sua duttilità un vantaggio, perché offre maggiori occasioni rispetto a chi invece sa ricoprire solo un ruolo: «A volte è questione di pigrizia. Se fossi così, il cambio di modulo mi avrebbe messo in concorrenza con un compagno. Invece il mondo è uguale a destra e a sinistra. Certo, devi resettare i parametri, la linea laterale si sposta. E devi sapere usare i piedi. Uno dei grandi vantaggi della 3 è consentire agli esterni di salire. Il gioco lo impostano i difensori. Se non la sai giocare, non va bene».

 

Ma oltre alla duttilità, Cassani può garantire esperienza: «Era una bella leva, la 1983. Le giovanili erano fortissime e infatti della mia Juve in dieci siamo diventati professionisti. Accetto piacevolmente la vecchiaia, l’età che avanza è nella natura dell’uomo. So che accresco il mio bagaglio, che poi metterò a disposizione dei miei figli o dei miei giocatori se allenerò. Le doti fisiche scemano, ma la testa resta. E ti consente di vedere prima la palla, di anticipare l’avversario con la posizione». E, infatti, tra quattro partite taglierà il traguardo delle 400 presenze tra Serie A e B, mentre il 12 maggio saranno 13 anni dal debutto con la Sampdoria contro la Ternana: «Si era fatto male Sacchetti, il ds Asmini prese me perché ero giovane e non potevo andare in concorrenza con SakicNovellino mi ha insegnato molto, ricordo delle mezz’ore di sera al buio al Mugnaini a esercitarmi sulle diagonali. Tornare qui è chiudere un ciclo».

 

Dai ricordi al presente, a questa Sampdoria e al suo andamento stagionale: «Il valore della rosa non corrisponde alla classifica. Poi i campionati sono lunghi, fatti di cicli che ne determinano l’andamento. Noi ogni volta che abbiamo avuto la possibilità di svoltare, inciampavamo. E ci dovevamo rialzare. Poi è cambiato l’allenatore, Montella ha portato una metodologia diversa, negli allenamenti, nella preparazione alla gara. Richiede una intensa presenza di testa, abbiamo speso molte energie mentali per assimilare le sue idee. Oggi siamo più consapevoli di quello che dobbiamo fare in campo, anche se non siamo riusciti a ottenere i risultati che si aspettavano società, allenatore e tifosi. Questa classifica non la meritiamo, ma ce la siamo meritata, ci siamo messi noi in questa situazione».

 

E in certe fasi è emersa anche un po’ di paura, che però non è sempre un fattore negativo: «Per me c’è anche una paura positiva. Quella che alza la soglia di attenzione. E quando abbiamo giocato con paura, sono uscite le nostre qualità caratteriali. Quando siamo scesi in campo più molli, abbiamo sofferto… Quando siamo andati in vantaggio, giocando poi sull’entusiasmo, l’abbiamo sempre portata in porto. Quando siamo andati sotto, non abbiamo quasi mai rimontato. Questi sono un po’ i motivi ricorrenti della nostra stagione e significa che non siamo ancora una squadra matura».

 

Infine, qualche curiosità. A partire dalla barba: «La mia non era una moda, ma semmai una “non moda”. Ho iniziato per fare il “wild” e poi ho continuato. Ora è un mio tratto distintivo, non potrei stare senza, non mi riconoscerei. E anche in strada non mi riconoscerebbero. Aneddoti? A Parma mi scappa il rasoio elettrico, basetta tranciata. Inguardabile. Ho tagliato tutto. Al campo, il gelo, “ma che hai fatto”, “sembri uno del 1990”. Anche la pelle reclamava, contavo i giorni per rivederla… A Palermo invece scherzando con il mio amico Balzaretti ho detto “ora mi faccio il baffetto come i narco trafficanti”. E lui, “non ne hai il coraggio”. L’ho avuto… ma non stavo benissimo. Quelle di ora sono ingestibili. Già curare questa è un impegno». E sul rapporto con Cassano: «Con Antonio ho un ottimo rapporto. Mi prende in giro, mi dice “Vedi? Basta una lettera e ti cambia il mondo”. Ci ridiamo su». Sul futuro, visto che ha il contratto in scadenza: «Siamo ancora poco sereni per pensare al futuro. Valuteremo. I matrimoni si fanno sempre in due. Sicuramente ho ancora una grande voglia di giocare con continuità».

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