La normalizzazione di Massimo Ferrero

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© foto Valentina Martini

Poche parole fuori posto, pochi siparietti dinanzi alle telecamere: Massimo Ferrero ha cambiato modo di approcciarsi al calcio

A volte il processo di normalizzazione, la standardizzazione in ambito industriale, viene visto nella sua accezione negativa, ma tante altre volte bisogna riuscire a cogliere il lato positivo di tale azione. La normalizzazione un anno fa circa colpì Marco Giampaolo, mentre allenava l’Empoli, quest’anno ha colpito Massimo Ferrero, che negli ultimi mesi ha iniziato a indossare i panni di un presidente composto e che si è caricato la responsabilità del buon costume sulle spalle. «Sono sempre lo stesso» ha dichiarato di recente, aspetto che è comunque fondamentale nella coerenza di una persona. «Sono solo andato a scuola da presidente: prima ero più goliardico, adesso prendo le misure» ha aggiunto poi il numero uno blucerchiato, che ha capito come vanno le cose, soprattutto nel nostro Paese. «Il calcio è come l’ape regina del cinema: se ti punge potresti anche andare in delirio». Una dichiarazione da non sottovalutare, perché Massimo Ferrero ci ha provato a farsi pungere, anzi probabilmente si è ritrovato con un paio di pungiglioni del calcio infilati nel braccio, poi però qualcosa è cambiato e lui ha deciso di normalizzarsi, di adeguarsi agli standard di un calcio che non gli permette più, dopo tre anni di presidenza, di presentarsi dinanzi alle telecamere di Sky a recitare filastrocche a Ilaria D’Amico.

Resta comunque la persona, che non ha subito dei cambiamenti dal punto di vista caratteriale, ma solo comportamentale. Il bivio, probabilmente, si è palesato nel momento della vittoria contro la Roma al Ferraris, il 29 gennaio scorso: un’esultanza sconsiderata, che gli è costata 20 giorni di inibizione e anche un’ammenda di 6.000 euro per la Sampdoria. Insomma, i comportamenti indecorosi o comunque privi di filtri in Italia vengono puniti e Ferrero lo ha capito sulla propria pelle, come d’altronde avrebbe dovuto già capirlo quando diede a Thohir del “filippino”: non voglio rivangare vecchi episodi, ma voglio arrivare a portare quante più prove alla mia tesi, ossia quella di un Massimo Ferrero che ha capito come, dopo tre anni di atteggiamenti sopra le righe, la sua figura non possa permettersi determinate uscite. Non dinanzi alle telecamere nazionali. Per il resto del tempo il numero uno blucerchiato resta la stessa persona di sempre, ma quest’anno, nel complesso, più accorta, più morigerata: questa è l’impressione che ci viene consegnata. Rilascia dichiarazioni con più parsimonia e con la situazione più in pugno di un tempo, soprattutto dal punto di vista del mercato, ma nel mentre ha saputo sempre mantenere quella sana arroganza giustificatagli dal suo ruolo. Non dimentico di quando, ascoltandolo nel post partita di Napoli – Sampdoria, il 7 gennaio scorso, Ferrero mandò un allegro saluto a Bentancur, agente di Torreira, per chiudere la annosa e faticosa questione riguardante il centrocampista ex Pescara. «Siamo andati a parlare con l’agente, gli abbiamo offerto pur non essendo obbligati sei volte l’ingaggio attuale, per puro riconoscimento. Lui l’ha rifiutato, e io che posso fare?». Una dimostrazione di come la persona sia rimasta, ma i modi si siano adeguati a quelle che sono le necessità del calcio, dello spettacolo.

Ha preso le misure, come dicevamo, «vola basso per schivare il sasso»: una filosofia che nel tempo non può che premiare Ferrero. Dopo esser stato sulla bocca di tutti per due anni, per tutte le sue comiche apparizioni in televisione, per tutte le sue ospitate sopra le righe, era giusto compiere questa evoluzione, questa standardizzazione che lo portasse a diventare un presidente a tutto tondo: non necessariamente uno di quelli impettiti, ma un numero uno di una società composto, che dinanzi alle telecamere ci va per i contenuti che esprime, non per i modi con i quali si esprime. Una normalizzazione che un anno fa fece bene a Marco Giampaolo, una normalizzazione che oggi, mi auguro, possa fare bene a Massimo Ferrero: a distanza di un anno valuteremo, ma intanto io sono sinceramente più felice di questo processo di maturazione della nostra figura di riferimento.

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