Montella: «Bisogna credere in quello che si fa e volare alto»

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Dopo la vittoria nel Derby della Lanterna, la Sampdoria non si pone limite e prepara un’altra sfida da provare a vincere. Quella contro la Juventus, oltre a non avere un risultato scontato, presenterà parecchie insidie che provengono da una squadra che trionfa da otto partite e si ritrova in piena lotta per lo scudetto.

 

L’ambizione, però, di Vincenzo Montella è un supporto in più alla voglia di lottare di ciascun giocatore: «Siamo piccoli, ma in forte crescita. Con un gruppo ricettivo e ampi margini di miglioramento. Nel modo che dico sempre alla squadra: volare alto. Credere in quello che si fa e si vuole ottenere. La Juve è la favorita per lo scudetto, la più abituata a vincere. Ci vuole la gara perfetta, convinzione, sacrificio, grinta. Crederci sino in fondo. Non possiamo permetterci di giocare 70 minuti alla grande come con il Genoa, se molli un secondo, quelli ti fulminano. Cassano? È uno e a me va benissimo. Non ho meriti nei suoi confronti, lo ha detto lui, ha perso 10 chili. Grasso come prima, non lo farei giocare nemmeno io. Si è rimesso in gioco, vorrebbe tornare in nazionale e per me è una manna. Il problema è di Conte, io dai suoi stimoli posso solo trarre vantaggi. Come uomo è maturato, da quando ci sono io, mai una “cassanata”. Ogni tanto deve essere se stesso. Quando va fuori giri, in campo sono dolori per gli avversari».

 

È inoltre iniziato il mercato: «Il presidente Ferrero mi ha dato garanzie, usciremo rafforzati. A volte a gennaio si peggiora. Mi accontenterei di rimanere come siamo e non sbagliare uno o due acquisti. Eder è insostituibile, 11 gol in 16 partite, fiuto della rete e lavoro sporco. Nessuno fa le due fasi come lui. Prenderlo sarebbe un affare, l’affare più grande lo facciamo noi se non lo vendiamo. Soriano ha imparato ad inserirsi e a segnare. Può crescere ancora molto. Vorrei tenermelo stretto. Poca attenzione sui vivai? Sbagliato. Ho cominciato con quello della Roma e in quei casi credo che l’allenatore debba essere prima di tutto un educatore. I genitori spesso sono un problema. C’è uno studio di un’università, più il genitore è disinteressato e più il giovane emerge. Avevamo fatto firmare un foglio: bene a scuola se vuoi giocare e ai padri è vietato fare i tecnici. Bisogna valorizzare il lavoro sul campo. Avevamo un problema con le luci, lo abbiamo illuminato con i fari delle auto. Così la società ha rifatto l’impianto».

 

Il suo sogno, da tecnico, è quello di restare a Genova. Una vita a Bogliasco, ma ancora senza la famiglia vicino: «Un allenatore deve vivere per il calcio. Con il mio staff stiamo al campo tutto il giorno, mangiamo qui. Ci piace conoscere ogni dato. Poi vanno interpretati. È calcio, non atletica. I tifosi mi volevano già bene prima, mi hanno concesso un’enorme apertura di credito. Il derby è stato sublimazione del rapporto: impresa emozionante, sofferta, meritata. Una gioia che ti porti dentro a lungo, ma devi saper gestire. Non puoi fermarti, bisogna continuare. La famiglia però manca molto, distrazione necessaria. Avevo casa a Genova, l’ho subito riaperta, amo l’indipendenza. Ma vorrei con me mia moglie Rachele e i figli Maddalena ed Emanuele. Sono a Roma per scelta – conclude l’allenatore blucerchiato alle colonne de La Repubblica – a Firenze frequentavano la scuola francese, ora l’inglese, cambiare ancora li avrebbe confusi. Da settembre saranno qui: con la Samp ho altri 2 anni di contratto e voglia di crescere».

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