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Bellucci: «E’ stata una favola vivere la Sampdoria di Boskov, Vialli e Mancini!»

Claudio Bellucci, ex attaccante blucerchiato, ha ripercorso i suoi trascorsi nella Sampdoria di Boskov. Le dichiarazioni
Intervenendo a Doppiopassopodcast, su Youtube, l’ex attaccante Claudio Bellucci ha ripercorso i suoi trascorsi nella Sampdoria di Boskov, Vialli e Mancini. Di seguito le sue dichiarazioni:
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ARRIVO ALLA SAMPDORIA – «In un ambiente come quello della Sampdoria, ragazzi, era incredibile tutto. Era proprio una favola, vivere una favola. Io poi sono arrivato nell’anno che facevo il raccattapalle e la Sampdoria ha vinto lo scudetto, quindi vivi una cosa che ti sembra incredibile».
PRIMO IMPATTO – «Arrivo con il treno, naturalmente, con un dirigente della Lodigiani che mi aveva accompagnato, visto che mi avevano appena venduto. Arriviamo io e un compagno di squadra della Lodigiani, Daniele Buttaroni, un giocatore forte; lui era già nel giro delle nazionali giovanili, io no. Arriviamo veramente con i pantaloni corti, ci viene a prendere un tassista e ci porta nel pensionato dove vivevamo, nel convitto. L’impatto non è stato bellissimo perché c’erano già i ragazzi che stavano là, Nicola Amoruso era già là, Matteo Sereni è arrivato l’anno con me».
CLIMA – «C’erano tre o quattro ragazzi che avevano già esordito in Serie A, perciò loro in quel convitto erano gli idoli, no? C’era del sano nonnismo, le solite cose. Daniele veniva dalla Garbatella, io venivo da San Basilio, cioè c’era un giorno di nonnismo per noi, eravamo abituati a camminare per strada in zone non semplici, quindi volevano fare i nonni ma hanno subito capito l’andazzo com’era. Quindi di nonnismo poco, però ci provavano. Per noi quelli che avevano già esordito in Serie A o in Coppa Italia erano degli esempi, dicevamo: “Beati loro che hanno una carriera”».
ESORDIO CON ERIKSSON E RAPPORTO CON AMORUSO – «La cosa bella è che Eriksson, l’anno che cominciavamo ad allenarci con la prima squadra, ci fece giocare una partita a tutti e tre. È stata una soddisfazione perché poi io con Nicola ho un ottimo, ho tuttora un ottimo rapporto. Abbiamo rigiocato a Napoli insieme dopo tanti anni, noi abbiamo fatto veramente coppia d’attacco dagli Allievi fino alla prima squadra. Giocammo una partita contro, mi sembra, la Reggiana, ultima di campionato, era di Futre, quindi mi sembra che c’era Carlo Ancelotti. L’ultimo quarto d’ora i due attaccanti eravamo noi due, era da apoteosi. L’anno dopo ci hanno mandato in prestito: Nicola mi sembra all’Andria e io al Fiorenzuola in Serie C, ma era un’altra Serie C».
BOSKOV – «Me lo ricordo benissimo perché io ho fatto qualche allenamento con lui, però eravamo molto a contatto. Il fatto di andare a vedere sempre e comunque gli allenamenti della prima squadra, anche quando c’era questa cosa bella della Sampdoria… Perché noi abitavamo vicino al centro sportivo di Bogliasco, quindi se si allenava la mattina e magari non andavi a scuola, ti ritrovavi a fare il raccattapalle degli allenamenti».
BOGLIASCO – «Cioè capito? Bellissimo dai, super formativo. Basta che andavi su a Bogliasco, c’era il dottor Borea, il direttore sportivo, è quello che devo ringraziare più di tutti come dirigente della mia carriera. Andavi con la tuta di rappresentanza e tu potevi entrare. E tu vedevi l’anno dello scudetto da cinque metri».
CAMPIONI SAMP – «Soprattutto per me Vialli, Mancini, Branca, Toninho Cerezo, Vierchowod, Mannini… tutti i giocatori, Mykhaylychenko c’era, che aveva fatto un europeo incredibile con l’Unione Sovietica. Tutti giocatori veri, mamma mia! No, una cosa incredibile. E noi, siccome al campo d’allenamento c’era la pista, non è che i giocatori quando facevano un tiro in porta e andava il pallone fuori lo andavano a prendere… Ci mettevamo noi».
ATMOSFERA ALLENAMENTI – «Soprattutto per me Vialli, Mancini, Branca, Toninho Cerezo, Vierchowod, Mannini… tutti i giocatori, Mykhaylychenko c’era, che aveva fatto un europeo incredibile con l’Unione Sovietica. Tutti giocatori veri, mamma mia! No, una cosa incredibile. E noi, siccome al campo d’allenamento c’era la pista, non è che i giocatori quando facevano un tiro in porta e andava il pallone fuori lo andavano a prendere… Ci mettevamo noi. Cioè capito? E già solo il fatto che passava Roberto Mancini o Luca Vialli e ti faceva la scafetta sulla testa e ti diceva: ‘Oh ragazzino, come stai?’. Ecco, per me avevo già vinto».
RICORDO DI VIALLI – «Mancini poi l’ho preso… cioè ci ho giocato tre anni. Eh sì, dai, che storia assurda. Vialli no, Vialli non l’ho mai incrociato, sfiorato perché quando io cominciavo ad andare in prima squadra lui andò alla Juve. Però poi l’ho conosciuto perché avevano nostalgia di Genova e veniva spesso… O magari ce lo trovavamo a cena da noi, al solito ristorante dove andavamo».
VIALLI E MANCINI – «E noi proprio a vedere Vialli e Mancini, i gemelli del gol… noi volevamo essere loro. Tanto nascevi alla Sampdoria per essere loro. E nella Sampdoria c’era… poi è arrivato, c’era già prima di me, poi è andato in prestito due anni, un certo Enrico Chiesa. Altro giocatore fantastico. Enrico poi siamo amici, quindi sono di parte con lui perché anche lui, secondo me, per la nazionale e per la carriera che ha fatto ha vinto tanto, ma poteva fare molto di più. Juve, Milan, Inter ci poteva giocare proprio tranquillamente».