Hanno Detto
Jacobelli: «Il mondiale organizzato così da Infantino pensa solo al business!»
Xavier Jacobelli ha parlato in esclusiva a Calcionews24 esprimendosi su alcuni temi al Mondiale 2026 che si sta svolgendo
Xavier Jacobelli ha concesso un’intervista esclusiva a Calcionews24 incentrato sul Mondiale 2026 in scena tra USA, Messico e Canada. Le sue parole:
Gianni Infantino ha scherzato sulla possibilità di avere in futuro un Mondiale a 64 squadre. Come giudica le sue dichiarazioni e, più in generale, l’organizzazione di questo torneo?
«Intanto Infantino si poteva risparmiare la sua battuta, che ha fatto ridere soltanto lui. Infantino ci dovrebbe parlare invece delle discriminazioni di cui sono stati oggetto gli atleti e i giocatori della delegazione iraniana, per non dire di ciò che è accaduto in sede di perquisizione alla frontiera all’Uzbekistan di Cannavaro.
Al Belgio hanno ficcato un metal detector sotto le scarpe di De Bruyne, tanto per dire. Infantino ci aveva detto che questo sarebbe stato un mondiale aperto a tutti, che l’Iran sarebbe stata la squadra benvenuta e abbiamo visto. Stiamo parlando di una nazionale che è stata costretta ad acquartierarsi in Messico, che si è dovuta sciroppare 5 ore per andare a giocare a Los Angeles, che è stata immediatamente rispedita in Messico. Ora ci deve spiegare Infantino se siano queste le condizioni migliori per preparare una partita di una fase finale del mondiale.
Per il resto è chiaro che l’allargamento a 48 squadre abbia risposto ad una manovra elettorale di Infantino. Siccome un voto equivale ad ogni nazione che è tesserata alla FIFA, tante più nazioni anche di paesi che calcisticamente non hanno vissuto epopee mondiali, come quelle che la storia del calcio ci ha raccontato, hanno trovato il loro spazio. Ma questo è assolutamente positivo, perché evidentemente dimostra come il calcio attecchisca ad ogni latitudine. Ma basta dire le cose come stanno. Infantino, quando fa le battute sul Mondiale a 64, c’è anche un fondo di verità, perché se dipendesse da lui lo organizzerebbe anche domani, così sarebbe sicuro di essere eletto».
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Quanto pensi che possa incidere sull’esito del torneo l’aspetto geografico di un Mondiale diviso tra Stati Uniti, Canada e Messico? Credi che il clima possa essere un aspetto decisivo?
«Beh, se non decisivo è certamente importante. E anche qui stiamo parlando dell’ipertrofia di un mondiale. Pensa che il prossimo nel 2030, con la scusa di celebrare il centenario, sarà organizzato da Spagna e Marocco, con puntate in Argentina, Brasile e Uruguay. Pensa che tipo di mondiale ci aspetta. Ma è il gigantismo di questo calcio business. E grazie a Dio a questa situazione risponde l’entusiasmo dei tifosi. Oggi vedo ciò che sta accadendo a Boston con la Tartan Army, i formidabili e appassionati tifosi scozzesi che hanno pacificamente invaso la città americana che li ha accolti a braccia aperte.
Però al di là di questi aspetti che riguardano la passione, il tifo, l’entusiasmo dei sostenitori delle diverse squadre, c’è un dato di fatto che è quello di un sistema che pensa soprattutto al business. Se vogliamo parlare dei prezzi dei biglietti, che sono stati al centro di inchieste giornalistiche, di proteste legittime dei tifosi, tutto questo non appartiene al calcio che noi amiamo. Tutto questo appartiene al calcio business. Ma è un’altra cosa».