
Sebastiano Esposito racconta a Vivo Azzurro Tv il valore delle sue radici: dalla famiglia al rapporto con i fratelli Pio e Francesco, fino al ruolo del calcio nella crescita vissuta a Castellammare
La prima convocazione con la Nazionale italiana rappresenta un momento importante per Sebastiano Esposito, ma l’attaccante ha scelto di raccontare soprattutto il percorso umano che lo ha portato fino a questo punto. Intervistato da Vivo Azzurro Tv, il giocatore ha parlato delle sue origini, del legame con Castellammare di Stabia e dell’importanza della famiglia nella sua crescita.
Una storia fatta di sacrifici, passione e valori trasmessi fin da bambino. Per gli Esposito, il calcio è sempre stato un elemento centrale della quotidianità, ma alla base del loro percorso c’è soprattutto un legame familiare molto forte. Il classe 2002 ha raccontato quanto sia ancora forte il rapporto con la città che ha visto nascere la sua passione per il calcio. «Per noi è un orgoglio venire da Castellammare. Abbiamo visto e girato tante città belle, soprattutto io, anche all’estero. Ma rimane la città più bella del mondo, alla quale siamo più legati. Ogni volta che possiamo tornare, lo facciamo. E aiutiamo le persone di lì».
Un legame che va oltre il semplice ricordo dell’infanzia. Esposito ha infatti sottolineato come le proprie origini abbiano avuto un ruolo fondamentale nella formazione personale e nella crescita della famiglia.
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Esposito, la forza della famiglia e il rapporto con i fratelli
Nel racconto dell’attaccante azzurro emerge il ruolo centrale della famiglia, capace di mantenere unito il gruppo dei fratelli Esposito nonostante le rispettive carriere nel calcio professionistico.
«Siamo fortunati. Grazie alla nostra famiglia, brava a costruire e a rendere più forte il legame tra noi. Non ci sono mai stati litigi, però siamo sempre stati molto legati tra di noi. Un legame costruito sulla base dell’amore. Ma quando Pio sbaglia un gol lo prendiamo in giro. E capita spesso. Prima di venire qua siamo stati a Cicerone e Pio non si ricordava il campetto prima, era in cemento. Io avevo 4-5 anni, lui 2, e il Comune l’ha rifatto. Con il passare degli anni si è rovinato, nessuno l’ha voluto rimettere a posto, ma per noi è stata la nostra infanzia».
Un luogo dove i fratelli hanno trascorso gran parte del tempo libero, costruendo il rapporto con il pallone.
«Tutti i momenti e i minuti della nostra infanzia li abbiamo passati lì dentro. Tornavamo da scuola calcio, mamma urlava. Noi avevamo e abbiamo questa passione. Il campetto ci ha aiutato tantissimo».
Esposito e il calcio come strumento per aiutare i giovani
Per Sebastiano Esposito, il campetto rappresenta anche un messaggio per le nuove generazioni. L’obiettivo è quello di utilizzare il calcio come occasione di aggregazione e crescita. «Vogliamo riportare i ragazzi sulla retta via, oggi è facile prendere la brutta strada. Il campetto come sfogo. I bambini giocano insieme a noi. Se vediamo un pallone, ci buttiamo dentro. Poi è stato fatto bene il campo».
Un racconto che va oltre il semplice percorso sportivo: la storia degli Esposito è legata a una comunità, a una famiglia e a quei valori che hanno accompagnato Sebastiano fino alla chiamata della Nazionale.