2015

Amarcord – 6 marzo 2011, costole rotte e l’inevitabile esonero

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Quel giorno, vidi la partita dai distinti. Prima e unica volta in quella stagione maledetta e da allora decisi di non mettervi più piede, un po’ per scaramanzia, un po’ perché l’amaro in bocca aveva il retrogusto della cicuta, per quella che resterà forse la stagione più amara che i tifosi di ogni età possano ricordare.

Una giornata, quel 6 marzo 2011, difficile da dimenticare. E l’orario non consono delle 12,30 fu l’ultimo dei problemi. Una tifoseria ormai esasperata dalle prestazioni di una squadra che non giocava, non reagiva, non dimostrava caattere. Eppure in larga misura si trattava degli stessi uomini che 365 giorni prima avevano vestito i panni di veri e propri supereroi: nemmeno lontani parenti. Aria pesante sugli spalti già dal riscaldamento, con i tifosi più attempati ormai più concentrati a prendere di mira Di Carlo che a caricare i ragazzi. «Non capisci nulla, dimettiti Di Carlo!», non furono esattamente queste le parole del signore accanto a me, ma il senso resta. 

Curci; Zauri, Lucchini, Gastaldello, Ziegler; Mannini, Palombo, Dessena, Guberti; Biabiany, Maccarone, da una parte; Antonioli; Santon, Pellegrino, Von Bergen, Lauro; Caserta, Colucci, Parolo; Giaccherini, Gimenez, Malonga, dall’altra. Con gli occhi di oggi non c’è da stupirsi se ambo le squadre si giocarono una grande fetta di salvezza in quella gara: ben pochi dei presenti hanno dimostrato di essere giocatori da massima serie, nel corso del tempo. 

Fischio di inizio, sì, dell’incubo: protagonisti indiscussi Emanuele Giaccherini e Marco Parolo, che probabilmente giocarono la miglior partita della stagione con quella fame che avrebbe dovuto avere il Doria. Chi non ha assistito alla gara, a giudicare dal tabellino avrà immaginato uno scontro combattuto. E invece no: squadra piatta, molla e inconcludente, svegliatasi solamente al minuto ’83 con la papera di Antonioli che consentì a Massimo Volta di segnare il primo gol in Serie A, a confermare ancora la legge non scritta della rete dell’ex. Dieci minuti di arrembaggio, le distanze accorciate da un rigore messo a segno da Massimo Maccarone. Dieci minuti di intensità, fame, disordine ma, appunto, fame e paura, che ancora oggi sanno di presa in giro a pensarci bene. Perché probabilmente se la squadra avesse giocato così, fin da subito, quella partita sarebbe andata diversamente. E i tifosi del Cesena non ci avrebbero sbeffeggiato in casa nostra con quel «Volevano vincere! Volevano vincere! E l’hanno presa…», per una vittoria insperata, una salvezza dal valore inestimabile per gli uomini di Ficcadenti. 

Triplice fischio, la fine dell’agonia e il levarsi in Sud di quello striscione e il coro assordante «Di Carlo Vattene!», con il tecnico preso come simbolo di un fallimento, un tracollo che cominciò però fin dalle scelte estive in sede di mercato. Unico moto di orgoglio, neanche a dirlo, del solito Angelo Palombo, pronto a metterci la faccia dopo gli accertamenti medici per quella costola rotta in uno scontro di gioco. Ma anche lui finì poi nella lunga lista dei bocciati quel giorno, reo di non aver commesso nemmeno un fallo che fosse uno, dirà più di uno.

Sabato sera Sampdoria e Cesena si ritroveranno per la prima volta da quel giorno. I tifosi ritroveranno Domenico Di Carlo sulla panchina di quella squadra che di fatto condannò la Samporia a una meritatissima retrocessione, per la seconda volta da avversario a Marassi dopo l’amarissimo e inevitabile addio di quattro anni fa. Oggi, per fortuna, le due squadre lottano per due obiettivi radicalmente diversi. E chissà cosa passerà nella testa di Angelo Palombo, Stefano Lucchini e Massimo Volta, oggi avversari, ieri compagni nella disfatta…

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