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Dossier Baggio, le caratteristiche di un piano che avrebbe stravolto il calcio italiano

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Dossier Baggio, cosa c’è da saper del piano realizzato dal “Divin Codino” per salvaguardare e migliorare il calcio nostrano?

Ogni volta che il calcio azzurro attraversa un periodo di crisi profonda, riaffiora puntualmente un nome che sa di occasione sprecata: il Dossier Baggio. Non si tratta di un semplice mito per nostalgici, ma di un piano organico di oltre 900 pagine concepito per rivoluzionare il sistema dalle sue radici. Come rivelato da Vittorio Petrone, storico manager del “Divin Codino”, durante un’intervista sul canale YouTube di Cronache di Spogliatoio, il progetto rappresentava una vera e propria architettura per il futuro.

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Ricostruire il calcio italiano partendo dai giovani

Nato all’indomani del fallimento ai Mondiali del 2010, il piano fu fortemente voluto da Roberto Baggio durante la sua presidenza al Settore Tecnico della FIGC. Insieme a lui, esperti come Adriano Bacconi lavorarono a una visione che metteva al centro la formazione dei ragazzi. L’obiettivo non era un semplice ritocco estetico, ma una trasformazione dei criteri di scouting e insegnamento, con l’istituzione di 100 Centri di Formazione Federale sparsi sul territorio per garantire una crescita tecnica uniforme e capillare.

La rivoluzione del calcio italiano e il ruolo del “maestro”

Il cuore pulsante del dossier era la figura del “maestro di calcio”. L’idea era quella di superare l’ossessione per il risultato immediato, tipica degli allenatori tradizionali, per dare spazio a formatori esperti in pedagogia e tecnica individuale. Il progetto proponeva di rimettere il pallone e il gesto tecnico al centro del villaggio, riducendo la pressione agonistica nelle fasce d’età più piccole per favorire lo sviluppo del talento puro attraverso metodologie d’avanguardia e monitoraggi tecnologici costanti.

Perché il calcio italiano ha perso questa sfida

Nonostante fosse stato approvato sulla carta, il piano non vide mai la luce per mancanza di fondi. Per attuare questa rivoluzione nel calcio italiano sarebbero serviti circa 10 milioni di euro in tre anni: una cifra sostenibile che però non fu mai stanziata realmente. Questo stallo portò alle dimissioni di Roberto Baggio, lasciando quel documento nel cassetto. Ancora oggi, quel dossier resta il manifesto di ciò che il nostro movimento avrebbe potuto essere e che, per mancanza di coraggio politico, non è ancora diventato.

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