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Mihajlovic: «La malattia mi ha reso un uomo migliore»

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Mihajlovic si racconta: dalla malattia, all’amicizia con Arkan. Le parole del tecnico del Bologna, prossimo avversario della Sampdoria

Sinisa Mihajlovic, ex allenatore e giocatore della Sampdoria, in una lunga intervista al Corriere della Sera si racconta. Le parole del tecnico del Bologna, prossimo avversario dei blucerchiati in campionato.

MALATTIA – «Ammalarsi non è una colpa. Succede, e basta. Ti cade il mondo addosso. Cerchi di reagire. Ognuno lo fa a suo modo. La verità è che non sono un eroe, e neppure Superman. Sono uno che quando parlava così, si faceva coraggio. Perché aveva paura, e piangeva, e si chiedeva perché, e implorava aiuto a Dio, come tutti. Pensavo solo a darmi forza nell’unico modo che conosco. Combatti, non mollare mai. Chi non ce la fa? Non è certo un perdente. Non è una sconfitta, è una maledetta malattia. Non esiste una ricetta, io almeno non ce l’ho. Tu puoi sentirti un guerriero, ma senza dottori non vai da nessuna parte. L’unica cosa che puoi fare è non perdere voglia di vivere. Il resto non dipende da noi».

AUTOBIOGRAFIA – «Perchè mi racconto dal mio letto di ospedale? Non avrei potuto fare altrimenti. Adesso siamo qui a parlare, sul terrazzo della mia casa, davanti alla città più bella del mondo, Roma, mentre fumo il mio sigaro. Mi godo ogni momento. Prima non lo facevo, davo tutto per scontato. Conta la salute, contano gli affetti. Nient’altro. La malattia mi ha reso un uomo migliore».

RIMPIANTO IN CARRIERA – «Ottobre 2000, Lazio-Arsenal di Champions League. Da quando gioco a calcio ho dato e preso sputi e gomitate e insulti. Succede anche con Vieira. Gli dico nero di m… Tre giornate di squalifica. Sbagliai, e tanto. Lui però mi aveva chiamato zingaro di m… per tutta la partita. Per lui l’insulto era zingaro, per me era m… Nei confronti di noi serbi, il razzismo non esiste..».

GUERRA ETNICA – «Quando capii che non c’era più la Jugoslavia? Finale di Coppa di Jugoslavia 1990. Perdiamo contro l’Hajduk Spalato, gol di Boksic. Prima della partita, nel tunnel che porta al campo, Igor Stimac, croato, mio compagno di stanza nella nazionale giovanile mi dice:“Prego Dio che i nostri uccidano la tua famiglia a Borovo”, che è il paese dei miei genitori».

ARKAN – «Primo incontro? Quando io giocavo nel Vojvodina, al termine di una partita combattuta l’avevo insultato non sapendo chi fosse. Quando mi ingaggiano alla Stella Rossa, mi convoca nella sua villa. Pensavo mi volesse ammazzare. Invece fu gentile, affabile. “Qualsiasi cosa ti serva, Sinisa, sai che puoi venire da me. Ti lascio il mio telefono”. Nei miei anni a Belgrado l’ho frequentato per circa 200 sere all’anno. Crimini di guerra? Non condividerò mai quel che ha fatto, e ha fatto cose orrende. Ma non posso rinnegare un rapporto che fa parte della mia vita, di quel che sono stato. Altrimenti sarei un ipocrita».

DOPO LA MALATTIA – «Venticinque agosto 2019. Prima di campionato a Verona. Peso 75 chili, ho solo 300 globuli bianchi in corpo. Imploro i medici di lasciarmi andare. Rischiavo di cadere per terra davanti a tutti e un paio di volte stavo per farlo. Nel sottopassaggio mi sentivo gli sguardi di compassione addosso. Quando mi sono rivisto in televisione, non mi sono riconosciuto. Volevo dare un messaggio. Non ci si deve vergognare della malattia. Bisogna mostrarsi per quel che si è. Volevo dire a tutte le persone nel mio stato, ai malati che ho conosciuto in ospedale di non abbattersi, di provare a vivere una vita normale, fossero anche i nostri ultimi momenti».

CHI È MIHAJLOVIC OGGI – «Un uomo che cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Tre giorni fa ho fatto gli esami, sangue, tac ai polmoni, midollo aspirato. Ogni volta mi prende l’ansia. Il prossimo controllo a giugno. Poi, due volte all’anno. Speriamo. Affetto di tutti? Mi ha aiutato molto. Ma ora basta. Non vedo l’ora di tornare a essere uno zingaro di m…».

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