Radrizzani torna a parlare della Sampdoria: «Sono più innamorato oggi di quando ci lavoravo». Le rivelazioni su Tey, Manfredi e il progetto blucerchiato
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Radrizzani torna a parlare della Sampdoria: «Sono più innamorato oggi di quando ci lavoravo». Le rivelazioni su Tey, Manfredi e il progetto blucerchiato

L’ex proprietario della Sampdoria Andrea Radrizzani racconta i retroscena del salvataggio del club, l’uscita dalla società, il rapporto con Joseph Tey e le scelte di mercato

L’esperienza alla Sampdoria, il rapporto con Matteo Manfredi, l’arrivo di Joseph Tey e il rimpianto per un progetto sportivo interrotto troppo presto. Andrea Radrizzani è tornato a parlare della sua avventura blucerchiata in una lunga intervista concessa a Calcio e Finanza, svelando diversi retroscena sulle operazioni che hanno accompagnato il salvataggio della società. L’imprenditore ha raccontato anche il legame con Gianluca Vialli e l’affetto che continua a provare per la piazza genovese.

L’ARRIVO ALLA SAMPDORIA – «Mentre stavo per uscire dal Leeds mi presentarono un’opportunità fantastica dal punto di vista imprenditoriale e sportivo: la Sampdoria. Diciamo che l’ho presa per due motivi: il primo, per un istinto di rivincita. A volte si fanno le cose di stomaco, volevo rifare quello che ho fatto a Leeds e l’ho vista come un’opportunità, in un momento in cui mi sentivo sconfitto».

IL LEGAME CON VIALLI – «Avevo il ricordo vivo di Gianluca Vialli, che per anni ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e di incontrare a Londra. Sapevo quanto avesse lavorato per trovare investitori per salvare la società dalla proprietà precedente. Lui aveva veramente questo desiderio di risanare e rilanciare il club e riportarlo dove merita, di diventare il presidente di una nuova Sampdoria. Mettendo insieme le due cose allora ho detto: “Ok, lo faccio io, mi lancio”. E non l’ho fatto da solo, ma con Matteo Manfredi. L’idea era di portare dentro altri partner, tanto che abbiamo parlato con Qatar Sports Investments e altri fondi».

IL SALVATAGGIO DEL CLUB – «Noi di fatto abbiamo salvato la Samp dal fallimento. Personalmente ci ho messo 6 milioni. Il problema è che in quel momento era difficile capire quanto fabbisogno finanziario ci fosse. Era una lotta contro il tempo perché la struttura dei debiti con le istituzioni non aiutava, non avevamo una relazione con la parte venditrice in quanto c’era un signore con una situazione molto critica e difficile alle spalle».

IL RUOLO DI MANFREDI – «In questo quadro devo dare atto a Matteo Manfredi che ha fatto un lavoro straordinario nel ricompattare i pezzi e arrivare a un accordo con le parti. Io non mi sono mai occupato di queste attività burocratiche che sono molto complicate in Italia, lui è riuscito a salvare tecnicamente il club dal fallimento».

L’INTERESSE DEL QATAR E L’ARRIVO DI TEY – «Io nella gestione del club cercavo partner finanziari più importanti. Come ho detto prima ho avviato un colloquio con Qatar Sports Investments: erano molto interessati, ma il governo del Paese del golfo non poteva investire in un progetto dove non c’erano i numeri precisi, quindi non se ne è fatto nulla. Abbiamo poi trovato un investitore tramite una mia conoscenza a Singapore: Joseph Tey, una persona che non conoscevo ai tempi. Un mio collega ci ha presentati e lui ha voluto partecipare».

IL PRIMO INCONTRO CON TEY – «Joseph Tey ha investito in una società di un mio ex collega, un manager che lavorava per me a Singapore. Quando ha letto che io ero nella Sampdoria si è informato su di me e si è interessato al progetto, così l’ho incontrato per la prima volta».

IL GIUDIZIO SULL’ATTUALE INVESTITORE – «Devo dire che ho instaurato un buon rapporto con Tey e rispetto tantissimo quello che lui sta facendo per la Sampdoria in termini di investimenti. Purtroppo non sta andando bene come risultati sportivi, ma quello è un altro discorso. A livello di investimenti però ha speso tanto per cercare di sistemare questo club, quindi da “pseudo tifoso” sampdoriano gli dico grazie».

I MOTIVI DELL’ADDIO – «Per due ragioni: una personale, perché mi sono reso conto che in primo luogo non riuscivo a fare quello che avrei voluto o che avevo fatto in altre situazioni. Anche perché io non ero lo stesso, non stavo bene dopo quello che mi era successo nei mesi precedenti. Stavo facendo questa cosa più per gli altri che per me. Mi sono reso conto di tutto questo e ho detto: “Non è la cosa giusta”. Inoltre stavo sacrificando ancora tempo che avrei voluto dedicare a mio figlio, alla mia famiglia e non volevo farlo dopo sei anni in cui ero stato in giro per l’Inghilterra per molti weekend».

LE DIFFERENZE NELLA GESTIONE – «La seconda è che fare le cose insieme a qualcun altro non fa per me. In azienda la democrazia non funziona, bisogna avere una leadership chiara. Quindi piuttosto che mandare in crisi una relazione buona con Manfredi, ho preferito fare un passo indietro e ne sono uscito totalmente dopo tre mesi. Poi è arrivato Joseph Tey che si è impegnato molto finanziariamente e gli auguro che abbia successo e di riportare la Sampdoria dove merita».

L’AFFETTO PER LA SAMPDORIA – «La cosa particolare è che sono quasi più innamorato della Sampdoria oggi, rispetto ai giorni in cui ci lavoravo. Mi è rimasto questo amore dei tifosi della Sampdoria e quando vado allo stadio lo faccio proprio perché voglio vedere la curva, i colori, magari un giorno farò l’infiltrato tra i tifosi».

IL DESIDERIO PER IL FUTURO – «Quello che oggi rappresenta per me la Sampdoria è ancora forte, anche se non ho fatto niente di particolare per il club. Spero che un giorno ci sia la possibilità di restituire qualcosa, perché è un club pazzesco, speciale, e si merita il meglio. Si merita imprenditori e manager che riescano a riportarlo in Serie A».

LA STRATEGIA DI MERCATO – «Il primo anno abbiamo fatto un mercato in cui ho lavorato con due persone con un budget estremamente ridotto. C’erano Nicola Legrottaglie, che seguiva le performance, e Andrea Mancini, che mi aiutava sul mercato. Secondo me era una scelta giusta e che difendo, perché la società non aveva budget, quindi dovevamo puntare su dei giovani che potevano sbagliare ma avrebbero potuto imparare nel tempo e legarsi a un club dall’inizio con passione e fedeltà».

LA DIVISIONE DEI RUOLI – «Quello che avrei voluto difendere – ma che non sono riuscito a difendere – è la distinzione dei ruoli: uno segue l’allenatore e il campo, l’altro segue il mercato. Una cosa un po’ innovativa in Italia, senza la figura del direttore sportivo che si occupa di tutto. Questa era la mia scelta perché penso che si tratti di due lavori completamente diversi, con obiettivi differenti. E avrei voluto essere difeso in questo perché poi i risultati sarebbero arrivati».

I GIOVANI ACQUISTATI – «Devo dire che quell’anno abbiamo chiuso un mercato in positivo per 5 milioni, quindi incassando e non spendendo, e abbiamo portato in rosa giovani molto interessanti. Tra gli altri Sebastiano Esposito, arrivato in Nazionale, Daniele Ghilardi, oggi alla Roma, e Facundo González dalla Juventus».

IL MODELLO DA SEGUIRE – «Quell’anno arrivammo quinti, ma come recita un detto: “Roma non fu fatta in un giorno”. Il calcio si costruisce nel tempo con costanza e coerenza nelle decisioni, in questo per esempio il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis è il più bravo di tutti, ha portato la sua esperienza dal cinema al calcio decidendo in prima persona ma anche affidandosi a manager di alto livello».

IL RIMPIANTO PER IL PROGETTO INTERROTTO – «Tornando alla Samp di quei tempi invece bisognava cercare di tenere questi giovani: avevamo Filip Stankovic in porta (ora al Venezia), giovane e bravissimo, avevamo un sacco di giovani forti alla prima esperienza. Avremmo potuto farli crescere e aggiungere degli acquisti, magari l’anno successivo ci saremmo trovati in una posizione migliore ed entro il terzo anno saremmo stati promossi. Come abbiamo fatto a Leeds, ci vogliono coerenza e costanza. Purtroppo il secondo anno è stato stravolto tutto, ma io non c’ero più, non è stata una mia scelta».

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