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Razzismo, Thuram: «A Parma chiesi spiegazioni. Marcus? In Italia…»

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Lilian Thuram parla del tema del razzismo del calcio e racconta alcuni episodi capitati a lui in carriera. Le sue parole

Lilian Thuram, intervistato da Sportweek, parla del tema del razzismo nel calcio.

RAZZISMO – «Voglio far capire alla gente che quando vieni al mondo non sei bianco né nero, ti ci fanno diventare. A poco a poco entriin ruolo, assumi un atteggiamento senza accorgertene. E quando sei bianco sei avvantaggiato, perché non sarai mai discriminato per il colore della tua pelle. Puoi prenderne coscienza o negare larealtà. Io, da nero, ho avuto una bella vita da giocatore, ma la disuguaglianza resta. E fa male».

RAZZISMO NEL CALCIO – «Ci sono giocatori a cui non interessa lottare contro il razzismo, banalizzano e minimizzano. Poi ci sono quelli che pensano a come cambiare le cose. Io so che l’uguaglianza va conquistata, e se sei un atleta è il campo il posto dove difendere l’uguaglianza. A Parma, quando esposero uno striscione offensivo nei miei confronti, andai a spiegare. Sono sorpreso che in certi Paesi ci sia più tolleranza verso manifestazioni razziste dentro gli stadi. C’è sempre una scusa pronta: “non ho sentito”, “sono poche persone”, “non bisogna dare loro importanza”, allenatori egiocatori spesso non hanno voglia di mettersi contro quei tifosi. Invece, sul razzismo, sull’omofobia, sul cambiamento climatico non puoi restare neutrale. Se lo fai sei complice. Gregg Popovich, coach dei San Antonio
Spurs della Nba, ha detto: “Noi non abbiamo la minima idea di cosa significhi essere nati bianchi, con vantaggi consolidati da centinaia di anni”»

ALLENATORE MONACO – «Quando giocavo nel Monaco, i compagni mi accompagnarono all’aeroporto a prendere Sandra, che sarebbe diventata mia moglie, ma appena la videro, si sorpresero: “la tua fidanzata è nera?” Era sottinteso: puoi permetterti di meglio. Ti insegnano che la bellezza è bianca, che per essere accettato ti devi scolorire. L’allenatore mi chiede: “È vero che voi neri mangiate tutti insieme?”. Lo invitai a guardarsi attorno, ai tavoli c’erano gruppi di giocatori bianchi, ma a loro la domanda non era stata rivolta. Se tre bianchi frequentano lo stesso ambiente e si aiutano a vicenda, sono liberi di farlo, ma se lo fanno i neri ci si inquieta e si sospetta di loro».

FIGLIO – «Se Marcus fosse arrivato in Italia, come sembrava possibile a un certo punto, sarebbe stato oggetto di discriminazioni razziali più di quanto rischi in Germania. Il razzismo negli stadi italiani è più diffuso».

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