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Addio al Dna Sampdoria! Rischi ed effetti con il cambio voluto da Tey e Walker

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Il cambio in corso in casa Sampdoria con l’azzeramento degli uomini storici potrebbe comportare rischi ed effetti. L’analisi

Il percorso di rifondazione della Sampdoria ha completato una mutazione genetica radicale, trasformando il club blucerchiato da un’azienda in regime di stabilizzazione finanziaria a un vero e proprio laboratorio internazionale. La transizione della proprietà, culminata nell’aprile 2026, ha ridisegnato i vertici societari, inaugurando una linea strategica votata all’internazionalizzazione che, tuttavia, sta sollevando non poche perplessità nella piazza per via della rottura netta con il passato recente e con i quadri storici legati al territorio.

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L’uscita di Manfredi e l’asse Tey-Walker

La svolta epocale è datata aprile 2026: il patron Matteo Manfredi ha ceduto le proprie quote a Joseph Tey Wei Jin, l’imprenditore singaporiano che – attraverso il controllo della Kickoff Ventures SA (proprietaria al 58% della lussemburghese Gestio Capital Structuring & Investment Solution SA) – è diventato l’unico investitore di Blucerchiati SpA e l’azionista di maggioranza assoluta della Sampdoria.

Questo riassetto ha portato alla nomina di Francesco De Gennaro nel ruolo di Presidente, ma il vero baricentro operativo e decisionale si è spostato stabilmente nelle mani del manager britannico Nathan Walker. Rappresentante del fondo lussemburghese e braccio destro di Joseph Tey, l’inglese è oggi il fulcro di ogni scelta strategica, commerciale e politica del club, consolidando quel processo di internazionalizzazione che vede la Sampdoria sempre più attiva anche in seno all’ECA (European Club Association).

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Il confronto tra la stagione 2024/25 e quella 2025/26

Per comprendere l’attuale spaccatura filosofica all’interno del mondo blucerchiato, è necessario mettere a specchio la convulsa stagione precedente con l’attuale gestione scientifico-tecnologica. La stagione 2024/25 è stata contrassegnata da una fortissima instabilità tecnica e da una gestione sportiva fortemente legata alla conoscenza del calcio italiano, seppur tra mille difficoltà. L’avvio di stagione era stato affidato alla regia di Pietro Accardi nel ruolo di direttore sportivo.

Tuttavia, una sequenza di risultati estremamente negativa e un logorante valzer di allenatori in panchina avevano spinto la proprietà a cambiare rotta. Per tentare di raddrizzare la barca, nel gennaio 2025 Andrea Mancini era subentrato proprio ad Accardi, cercando di ridare un’identità e una logica alla rosa. Si è deciso quindi di affidare la panchina al duo Evani-Lombardo che, nonostante gli sforzi, non riuscì a salvare la formazione blucerchiata dal baratro della prima clamorosa retrocessione in Serie C; dinamica poi cambiata con lo scoppio del caso Brescia che ha ridisegnato la classifica consentendo ai blucerchiati di disputare il playout contro la Salernitana, vinto e permise ai doriani di rimanere in cadetteria.

Terminata la stagione, con la premessa di non commettere più gli stessi errori, la proprietà decise di affidarsi a Jesper Fredberg nel ruolo di CEO dell’area sportiva, ma il cui debutto non fu dei più felici con gli acquisti flop determinati dall’algoritmo dei vari Coucke, Ferri e Narro e dalla decisione di affidarsi in panchina a Massimo Donati. Scelta che si rivelò sbagliata e ne conseguì l’avvicendamento in panchina del duo Foti-Gregucci. Nonostante gli sforzi, la situazione era precipitata fino a marzo, per questo si optò per l’esonero e il ritorno in panchina di Lombardo, già facente parte dello staff tecnico. “Attila”, nella stagione 2025/26, è riuscito a compattare l’ambiente in un clima di perenne emergenza, conducendo la squadra a una soffertissima salvezza ottenuta soltanto alla penultima giornata nell’infuocato match casalingo contro il Sudtirol.

Il momento attuale

Ciò che maggiormente lascia perplessa la tifoseria e gli osservatori non è soltanto il magro rendimento dei nuovi acquisti, ma la decisione della dirigenza di fare tabula rasa degli uomini che avevano garantito la sopravvivenza sportiva del club nei mesi più bui. In concomitanza con la spinta verso l’internazionalizzazione, Walker e Fredberg hanno avallato una serie di addii eccellenti e discussi. Il club ha infatti salutato Lombardo, non confermando l’area tecnica e liquidando al contempo Andrea Mancini dal ruolo di dirigente sportivo dopo il suo prezioso lavoro di riequilibrio iniziato nel gennaio 2025. A completare l’epurazione dei quadri storici è stata la separazione da Giovanni Invernizzi, storico responsabile del settore giovanile e custode del DNA blucerchiato a Bogliasco.

L’enigma della “Sampdorianità”: sarebbe stato giusto continuare così?

Il dibattito che infiamma i tifosi a Marassi tocca le corde del cuore ma anche della logica sportiva: era davvero necessario rinunciare alla linea della “Sampdorianità”? Se si analizza la complessa risalita del club, la risposta non può essere univoca. Continuare sulla linea tracciata da Mancini, Lombardo e Invernizzi sarebbe stato non solo giusto, ma probabilmente più protettivo e saggio nel breve periodo. Quel blocco di professionisti incarnava la conoscenza profonda dell’ambiente e, soprattutto, possedeva la credibilità necessaria per fare da scudo alla squadra.

Nel calcio italiano, e in particolare in piazze passionali come quella blucerchiata, il senso di appartenenza non è un concetto astratto: è l’elemento che ha permesso a Lombardo di compiere il miracolo contro il Sudtirol quando i piedi dei calciatori tremavano. Mantenere quel nucleo avrebbe garantito una transizione più morbida e un indispensabile manuale di istruzioni per l’uso.

Il vero errore della nuova governance di Joseph Tey e Nathan Walker, dunque, non è stato l’introduzione della modernità o dell’algoritmo, ma la totale mancanza di gradualità. Cancellare di colpo figure storiche ha privato il club della sua anima e della sua memoria. Il modello perfetto avrebbe dovuto prevedere una fusione: i capitali asiatici e le metodologie di scouting di Fredberg applicati e calibrati attraverso il filtro e l’esperienza di chi la Sampdoria la conosceva fin dentro al midollo. Il paradosso attuale risiede proprio in questa frattura, che vede una governance snella e anglosassone contrapposta a un campo che rigetta la freddezza dei numeri e rimpiange l’orgoglio del proprio passato recente.

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