Abete: «Germania e Spagna stimolo per la Serie A. Gravina e Spadafora…»

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Giancarlo Abete ha fatto il punto della situazione in merito al calcio italiano: le dichiarazioni dell’ex presidente della FIGC

L’ex presidente FIGC Giancarlo Abete ha parlato ai microfoni di TMW Radio del calcio italiano tra futuro della Serie A, protocollo FIGC e le posizioni delicate sia di Vincenzo Spadafora sia di Gabriele Gravina.

FUTURO SERIE A – «C’è stato il ping-pong mediatico che è una caratteristica del calcio, mantiene aspetti emozionali che a volte determinano una comunicazione esterna eccessiva. L’approccio di Gravina è stato corretto, chi opera nella Federazione e ricopre posizioni di responsabilità non può che trasferire un desiderio di voler riprendere. Naturale che la priorità sia la salute dei cittadini, la responsabilità delle scelte finali sono in capo al Governo e non a una federazione sportiva: bene ha fatto finora Gravina a portare avanti per la battaglia della ripresa. Sappiamo che il sentiero è stretto, alla luce delle valutazioni del Cts, deciderà il Governo. Se non ci fossero le possibilità di ripartire deve essere data alla FIGC la titolarità di decisione sui nuovi assetti e format dei campionati, perché non c’è una legge che lo prevede».

STOP SERIE A – «Economicamente il danno è ingente, come quello che stiamo subendo tutti dopo il Covid-19, in termini di PIL, di perdita di occupazione e fermo del paese. Il calcio appassiona tanto di noi, ma ci si dimentica che il calcio ha ricevuto 680 milioni dal CONI pur pagando più di 11 miliardi di tasse negli ultimi dieci anni, appena il 6%. Bisogna capire che il calcio è una grande impresa, che al paese ha dato e non ha tolto. Finché si viene inquadrati in tribuna autorità sei gratificato, ma poi si finisce a dimenticarsene».

SPADAFORA – «Si è trovato a gestire una situazione inimmaginabile e complessa anche per lui. Diventa difficile dare giudizi, ognuno comunica nel modo che crede. Io preferisco essere sobrio, mai collegato a situazioni in cui sembrassi avere ruolo maggiore rispetto a quello che avevo. Bisogna constatare che il mondo del calcio non ha gradito alcune sue modalità di comunicazione, al di là dei contenuti. C’è una dimensione di responsabilità che va al di là anche dei singoli ministeri, alcuni paesi come la Francia si sono fermati. Distinguerei il fatto che siamo in partita, anche se questa è complessa soprattutto dal punto di vista della rigidità del protocollo, mentre la comunicazione non lo devo giudicare. Ognuno si fa la sua idea».

PUNTI CHIAVE DEL PROTOCOLLO – «Sappiamo che è un sentiero stretto rispetto a realtà di altri paesi. Attendiamo e auspichiamo che ci sia una ripresa secondo aspettative in Germania e poi anche in Spagna e tutte le altre. Il contesto internazionale potrebbe anche aiutare a una ripresa in Italia, se ripartono altri campionati può essere uno stimolo. Non credo neanche che il calcio voglia trattamenti preferenziali su tamponi o cose che lo pongano su una dimensione diversa, non è un soggetto abituato ad utilizzare risorse non proprie, si è sempre preso responsabilità economiche. La quarantena è un problema delicato, altri paesi si sono comportati in maniera diversa, ma consideriamo pure che in Germania c’è una realtà politica dove i land hanno maggior peso decisionali. Poi bisogna valutare l’aspetto dei medici del calcio: non esiste un contratto collettivo che li riguardi, in termini reali non c’è mai stato, sono dei professionisti legati ai singoli club. L’obiettivo è cogliere le situazioni negative per crescere ed organizzare il futuro in maniera tale che nessuno si trovi sovraesposto, anche se in realtà finiamo ad esserlo tutti. Io da imprenditore sono oggetto di un dibattito continuo su tutti i fronti, perché a nessuno fa piacere assumersi le responsabilità di una ripartenza in condizioni economiche traumatiche e incorrere in conseguenze penali».

GRAVINA – «Il presidente della Federazione è un ruolo delicato, tanti all’esterno credono sia un ruolo di grande potere ma non lo è: è di grande responsabilità. Sono innanzi tutto azioni volontaristico, io nei miei anni ad esempio non ho preso mezza diaria. Va tenuto conto che il calcio è estremamente articolato, differenziato, non è una dimensione facile. Io poi sono un po’ di parte perché Gravina era nel direttivo di C nel ’90 quando io ero presidente di quella lega, quindi lo conosco bene nelle sue varie qualità: ha fatto e sta facendo il massimo per il suo ruolo. Ognuno poi è portatore dei suoi interessi, la Lega Serie A è come fosse la Confindustria del calcio, poi ci sono calciatori, tecnici, i loro rappresentanti. Dopo aver pensato all’inaugurazione degli Europei 2020 a Roma, si ritrova a fare i conti invece con una situazione dura».

BUSINESS PLAN – «Sarà un anno di svolta, e vale per tutti. Abbiamo capito che sono sufficienti due mesi di fermo a far venir meno ogni certezza. Immaginiamoci il turismo: io ho fatto il presidente del turismo per Confindustria dal ’99 al 2003, ed è il comparto che negli ultimi 20 anni ha avuto la crescita più significativa, come nessuno altro in tutto il mondo, è cresciuto esponenzialmente. Tra diretto e indotto è il 12-13% del nostro paese, ma quale operatore di quel settore poteva immaginarsi una situazione in cui addirittura il turismo nazionale si è fermato? Un discorso simile vale per il calcio: subirà una situazione di forte negatività e gli imprenditori del calcio, che hanno sempre messo risorse proprie, dovranno rivedere le strategie. Poi sappiamo che in determinate categorie è proprio la passione di certi imprenditori a sostenere il calcio, come in C e in D: se vanno in crisi le imprese a monte diventa difficile drenare risorse alle società. Per quanto uno possa fare debito o utilizzare risorse comunitarie, il vulnus è stato talmente forte che qualsiasi operazione di sostegno non sarà sufficiente. Il mondo del calcio ha necessità anche di accreditamento, fiducia, che venga riconosciuto un ruolo. Cassa integrazione e bonus sono importanti perché aprono all’importanza del calcio nel sistema paese».