Amarcord Cerezo: «Vi racconto come arrivai alla Samp»

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L’ex regista blucerchiato Cerezo: «Vi racconto come arrivai alla Sampdoria. Che fortuna aver giocato a Genova»

Tra i grandi nomi indimenticati della Sampd’oro, spicca indubbiamente quello di Toninho Cerezo. ll regista brasiliano, tra i migliori giocatori ad aver vestito la maglia blucerchiata, ha ripercorso ai taccuini di ilromanista.eu quegli anni fondamentali per la sua carriera: «Alla Samp giocavamo un calcio facile: si perdeva palla e ognuno aveva il proprio uomo da marcare. Tutti noi eravamo responsabili di un avversario da controllare. Quella era una squadra forte caratterialmente. Vialli, Mancini, Pari, Vierchowod, Mannini erano tutti uomini di spessore, riuscivano a tenere il gruppo unito e compatto, dentro e fuori dal campo. Questo era il nostro segreto. Così Boskov aveva pochi problemi da risolvere. Però non tollerava che si dicesse qualcosa sul suo poco potere, non sopportava questa storia. “Cerezo… Mancini pensa di comandare, ma non comanda nulla perché qui comando io”. Lo diceva quando litigavano».

Cerezo ha ripercorso poi il suo approdo a Genova: «In un primo momento dovevo andare al Milan, poi ci furono dei problemi. A quel punto pensavo di restare a Roma. Quando capii che non era possibile, il mio procuratore, che a quei tempi era Canovi, mi propose la Sampdoria: mi parlava bene della società e della città. Così ho deciso di far fare il suo corso alla vita. Canovi aveva ragione. A Genova sono stato bene». Il passaggio dalla Roma alla Sampdoria non fu drastico: «l tifoso romanista è un po’ sudamericano, è fantasioso. Il tifoso giallorosso vive per la squadra la mattina, il pomeriggio, la sera e penso anche quando dorme. Un calciatore a Roma può anche giocare male una partita, ma per il tifoso cambia poco. Il romanista anche se hai fatto qualche cazzata ti viene a salutare, se ti incontra ti offre un caffè. Ha l’allegria tipica dei brasiliani. Il genovese ti vuole bene in un altro modo. Ti guarda. Ti ammira. Ma resta distante. Non si avvicina. Non c’è il contatto che si crea a Roma. Mi considero fortunato per aver giocato a Roma e Genova, inoltre in due grandissime squadre».

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