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Dall’amore per Varigotti al Ponte Morandi: la Liguria vista da Marotta

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L’amore per Varigotti, la tragedia del Ponte Morandi e il timore per Garrone: la Liguria vista da Marotta

Otto anni nella dirigenza della Sampdoria non si dimenticano facilmente. Specialmente se costellati da emozioni indelebili, legate ai grandi risultati ottenuti ma anche a momenti particolarmente difficile. Nella carriera di Beppe Marotta non può non occupare un posto di rilievo Genova, ma tutta la Liguria: ricordi, amicizie, paesaggi, sapori e odori di una terra che lo ha ospitato per così tanto tempo e che gli è rimasta nel cuore. L’ex ad della Juventus, ora all’Inter, è tornato a parlare della sua parentesi all’ombra della Lanterna ai taccuini de Il Secolo XIX.

Quando gli viene chiesto cosa rappresenti per lui questa regione, Marotta non ha dubbi: «Intanto la consacrazione della mia attività professionale. Da un punto di vista lavorativo, un’esperienza bellissima, otto stagioni vissute alla grande. Arrivai con la squadra quasi in Serie C, l’ho lasciata qualificata per i preliminari di Champions. Otto anni di emotività intensa. Poi in Liguria sono nati i miei figli Elena e Giovanni: nel 2010, il giorno di Italia-Serbia, quella rinviata per i disordini dei serbi».

«Cosa mi porto nel cuore? Così come mi è successo per Venezia – spiega Marotta – mi tengo i posti magici. Quando lavoravo a Venezia la sede del club era tra piazza San Marco e il Ponte di Rialto. Una passeggiata quotidiana in mezzo a capolavori dell’arte per andare al lavoro. In Liguria a essere preponderante è la natura. Il percorso da Corte Lambruschini, la sede, ai campi di allenamento della Sampdoria a Bogliasco è una gioia per gli occhi. Facevo la strada a mare, da corso Italia, un piacere».

A Genova trascorreva ovviamente la maggior parte del suo tempo, ma d’estate, tra una trattativa e l’altra, l’ex dirigente blucerchiato “emigrava” in riviera a Varigotti: «Avevo scoperto questo borgo e me ne sono invaghito. Un luogo che ti ricarica. Locali di riferimento? Le Caravelle a Varigotti dove c’era Bruno, grande juventino. A Genova Mannori, che custodiva gelosamente tante fotografie del calcio di una volta, sampdoriani, genoani e non solo. E poi quei fiaschi di vino. Mai più trovati».

Tra tutti i genovesi conosciuti, quello con cui ha più avuto a che fare è stato certamente l’ex presidente doriano Riccardo Garrone: «Era una persona che incuteva quel giusto timore che gli derivava dalla sua grandissima esperienza. Era anche un uomo di buon cuore – ricorda Marotta – aveva una qualità fondamentale e positiva per un presidente di club: sapeva delegare e si fidava. Per uno che fa il mio mestiere è basilare».

Un’ultima battuta sulla tragedia di Ponte Morandi, vissuta in maniera particolare: «Ero nella sede della Juventus e stavo guardando Sky Tg 24. Subito è stato come una ferita, che si è propagata in un istante. Come se una parte del corpo ti venisse a mancare, una spaccatura netta. Poi ha iniziato a salire l’angoscia nel vedere quello che accadeva. Perin e Bonucci rischiavano di essere proprio lì in quell’istante – conclude – ci siamo informati subito, erano già rientrati».

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