2013

Chiesa tra passato e presente: «Io sono alla Samp e tifo Samp»

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Con la sua Primavera sta facendo bene, anzi benissimo: vittoria schiacciante nel derby, vittoria fuori casa contro Juventus; una risalita in classifica che adesso vede i baby blucerchiati al terzo posto, a quota 22 punti.
Gran parte del merito va a Enrico Chiesa, attuale allenatore della Primavera ed ex giocatore di Sampdoria e Parma, che lunedì scorso lo ha inserito nella formazione più forte dell’ultimo secolo gialloblù: «Per chi tiferò domenica? Che discorsi, io sono alla Samp e tifo Samp, il Parma è stata una splendida esperienza ma sono passati 18 anni, la Samp è il mio passato, il mio presente e spero il mio futuro. E poi se la prima squadra va bene a cascata va bene il settore giovanile. La penso come Sinisa: siamo un gruppo, remiamo tutti nella stessa direzione, dal primo all’ultimo», dice l’ex attaccante ai taccuini de “Il Secolo XIX”.

MIHAJLOVIC – La prima squadra ha sicuramente cambiato marcia: dal cambio di guida tecnica tutto e tutti hanno iniziato a girare come si deve; merito di Mihajlovic, che però non ha fatto nessuna “magia”: «Cos’ha fatto Mihajlovic? Fa da allenatore ciò che faceva da giocatore: sa essere duro ma anche scherzare e cura moltissimo il gruppo che è fatto di tanti singoli e tutti da motivare. La gestione del gruppo è la chiave del successo, se il gruppo non è con te non vai da nessuna parte. Io nel mio piccolo cerco di fare lo stesso».

LA SUA PRIMAVERA – Sembra proprio che le cose funzionino bene anche con i suoi ragazzi, che sabato scorso hanno battuto i favoriti della Juventus: «Immodestamente – fa notare Chiesa –  da quando alleno le giovanili ho giocato cinque volte con la Juve vincendone quattro e pareggiandone una. E anche da giocatore qualche golletto gliel’ho fatto, o no? Sabato comunque hanno vinto i ragazzi, il modo in cui si allenano in settimana. La partita non è una casualità, vinci se hai lavorato da gruppo. Questo l’ho imparato dai grandi: allenatori che insegnavano calcio ma sapevano che sono le battute a creare lo spirito, l’unione».
Esempi di grandi allenatori, che hanno scritto la storia nel calcio nazionale e internazionale: «Ne cito due, Trapattoni e Ancelotti. Il Trap era unico, sapeva farti ridere ma soprattutto aveva capito che si deve considerare soprattutto il non-campione perché il campione sa già quello che vale. Lui si concentrava sul gregario e lo trasformava in campione, questo faceva sì che il campione diventasse ancora più campione. Esempio: se in rosa hai quattro che valgono 7 e tutti gli altri 5, lavori su quest’ultimi e questo ti porta a far rendere 10 quelli da 7. Se invece ti concentri sui pochi con talento, il gruppo non cresce e poi ne risenti».

Dopo il “Trap” si passa ad un altro grande allenatore: mister Carlo Ancelotti che ha trasmesso tanto al tecnico blucerchiato: «Beh, lui sa creare un feeling con i giocatori come nessun altro. Sembra sornione dall’esterno in realtà organizzava certe mangiate a casa sua che non scorderò mai. E poi in allenamento quante risate: voleva giocare ma cercavamo tutti di fargli tunnel. Un grande, un fine gestore di risorse umane. Altri aneddoti sugli allenatori? Potrei parlarne ore: Delneri – ricorda Enrico Chiesa – è quello che mi ha trasformato in centravanti da centrocampista centrale, eravamo al Teramo nel 1990. Con Simoni ho giocato da esterno destro della Cremonese e mi voleva all’Inter con Ronaldo, poi presero Recoba; ho avuto Sacchi, Eriksson, ho respiratola personalità di Fatih Terim che fumava il sigaro nello spogliatoio e puzzava terribilmente…».

DAGLI ALLENATORI AI GIOCATORI – Di squadre nella sua lunga carriera Enrico Chiesa ne ha girate abbastanza e di conseguenza sono stati tanti anche i compagni di squadra che ha avuto: «Il partener più forte? Su questo non ho dubbi, Roberto Mancini. Io ho giocato con Crespo, con Batistuta, con Asprilla, con tanti giganti ma nessuno aveva la personalità e la tecnica del Mancio. Con lui in campo le difese si preoccupavano di lui e io potevo approfittarne. Come mi dice sempre Crespo, sono stato forte perché sempre capace di adattarmi al mio partner d’attacco e con Mancini era tanta roba: lui si portava via tutti e io sfruttavo la mia velocità e il tiro».

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