La figlia di Boskov: «Voleva finire un lavoro lasciato a metà»

vujadin boskov
© foto 1999 archivio Storico Image Sport / Jugoslavia / Vujadin Boskov / foto Imago/Image Sport

Aleksandra Boskov, figlia dell’ex allenatore della Sampdoria, ricorda il ritorno a Genova del padre: «Voleva finire un lavoro lasciato a metà da calciatore»

Una figura leggendaria e alla quale tutto l’ambiente Sampdoria è affezionata è certamente quella di Vujadin Boskov. Storico allenatore della Sampd’oro, il serbo mosse i suoi primi passi a Genova da giocatore più di vent’anni prima. La figlia Aleksandra, intervenuta ai microfoni di Primocanale, ha ricordato così il rapporto del padre con la piazza blucerchiata: «È sempre rimasto molto legato alla Sampdoria: un’idea che mi sono fatta è che quando tornò in blucerchiato da allenatore, molti anni dopo aver indossato la maglia della Samp da calciatore, aveva in mente di dover finire un lavoro che aveva lasciato a metà. Aveva un innato talento psicologico che lo portava a saper capire i ragazzi giovani, nonché a saper comunicare molto bene con i tifosi di ogni squadra in cui giocò o allenò».

Fuori dal campo, dismessi i panni del tecnico, Boskov era un uomo premuroso e affettuoso: «È stato un padre molto affettuoso, molto presente, non era severo e aveva molta fiducia. Abbiamo sempre avuto un rapporto bello e sereno. Uno dei suoi sogni era di venire a vivere a Ginevra e giocare a calcio coi suoi nipoti: purtroppo questo sogno non si è potuto realizzare. Negli aneddoti di mio padre ricorrono spesso gli animali perché amava la caccia, era un cacciatore: quello col quale disse a Pagliuca che per migliorare doveva diventare volpe, oltre che essere puma, ne è un esempio. Usava le metafore solo nel calcio, difficilmente con noi. A casa c’era il rituale del prendere il caffè – conclude – ed era un vero piacere berlo con lui». 


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