Palombo torna sul passato: «La retrocessione? Meglio una coltellata»

© foto A Tutta Samp

Angelo Palombo non si nasconde: l’arrivo alla Sampdoria, la retrocessione, l’assurda cessione all’Inter e il ritorno in blucerchiato

Se c’è un giocatore che, tolti sei mesi all’Inter, ha passato la sua carriera alla Sampdoria è Angelo Palombo. Arrivato ragazzo, è maturato con la maglia blucerchiata addosso, è diventato il capitano e ora è collaboratore di Giampaolo. Intervistato ai microfoni di “A Tutta Samp“, Palombo si racconta: «La Sampdoria rappresenta gran parte della mia vita, sia in campo che fuori. Genova è una città bellissima che subito mi ha stregato. Non mi sento genovese, le origini non cambiano, ma dopo tanti anni qui mi sono un po’ adeguato. La maglia blucerchiata, ora non più da calciatore ma da collaboratore, è una seconda pelle. La prima volta che l’ho indossata è stata una grande emozione, anche quando la guardavo alla televisione da casa mia a Ferentino mi è sempre piaciuta. Non è stato amore a prima vista, sono arrivato da un fallimento, ad agosto direttamente in ritiro. Come ogni ragazzo volevo andare a giocare in una grande squadra e quindi “usare” la Sampdoria per migliorarmi, poi non so cosa è successo. Sono passati gli anni e ho realizzato che già mi trovavo in una grande squadra e facevo fatica a staccarmene pur essendoci tante offerte importanti per me. Essere il capitano è stato un grande onore ma anche una responsabilità. La fascia ti dà responsabilità in campo, rappresenti un gruppo e una maglia. La mia qualità da capitano è stata la correttezza e la coerenza».

Dolci note e dolenti melodie in una carriera in blucerchiato, il punto più basso la retrocessione: «Tutt’oggi non riesco a guardare le immagini, mi commuovo. Quella è stata un’annata maledetta, siamo partiti con l’eliminazione nei preliminari e siamo retrocessi in B a fine stagione. Son un uomo che ha sempre vissuto di emozioni, d’istinti, non ho pensato che fossi dentro uno stadio quando ho fatto quel gesto. Avrei preferito prendere una coltellata, che retrocedere così. Sono momenti che rimangono dentro in negativo. Le lacrime erano di delusione e di rabbia, tante emozioni che ho concentrato in un unico gesto. Mi sentivo responsabile, mi facevo mille domande su come avrei potuto fare a evitarla. In quel preciso momento non ho sentito nulla, non sentivo nulla intorno a me, tanto è vero che pensavo che mi avessero fischiato. Poi i miei amici mi hanno raccontato tutto, il fatto che il pubblico mi avesse tributato applausi». Le colpe della retrocessione vanno comunque suddivise senza cercare alibi: «A livello societario non c’è stata data una mano, non è una scusa perché in campo si andava noi giocatori. Gli alibi non mi sono mai piaciuti, ma con una società forte alle spalle ci sarebbe stata una mano in più. È passato e non voglio più pensarci. Ho vissuto il secondo periodo d’oro della Sampdoria, dal piazzamento nei preliminari, alla finale di Coppa Italia, peccato siamo rimasti con un pugno di mosche. Arrivare ai gironi di CL sarebbe stato un sogno, peccato quella partita interna in casa che ci ha penalizzato. La finale di Coppa Italia è stata bellissima fino all’ultimo rigore. In quegli anni lì fare una finale con questa maglia qua non era facile, noi ci siamo riusciti e lo avevamo meritato».

Angelo Palombo è un giocatore che non si sa descrivere, se ripensa alla sua carriera non ci sono ricordi nitidi ma la certezza di essere stato un buon giocatore: «La mia qualità è stata l’umiltà e mettermi a disposizione dei miei compagni. Il mio rapporto con i gol è stato un brutto, con il piede che avevo ho calciato poco in porta, pensavo già alle ripartenze avversarie più che ad una gloria personale, è stato spesso un mio limite. Amore incondizionato per la Samp, ma ho vissuto momenti brutti, come quando sono andato all’Inter. E di quella situazione, ancora oggi, c’ho capito ben poco: non ho capito il motivo per cui il club mi ha allontanato, si erano venute a creare delle situazioni particolari, io non volevo andare ma quando la società ti fare capire certe cose non puoi farci niente. Non voglio alibi, ma non è stata una decisione mia. Oggi è una macchia nella mia carriera, avrei voluto vestire un’unica maglia per tutta la carriera e invece, per situazioni particolari sono, dovuto andare all’Inter. Poi sono tornato e sono caduto dalla padella alla brace: sono finito fuori rosa, non facevo più parte dei piani societari, ho avuto delle offerte ma volevo restare qui. Alla fine mi è andata bene: è cambiato allenatore e una parte di dirigenza, mi sono giocato di nuovo il posto in squadra con Delio Rossi, ho vinto una battaglia perché tutti mi consigliavano di andare via. Devo dire grazie a Delio Rossi, mi ha subito fatto capire che non ero più fuori rosa».

E ora allenatore: «Il 5 luglio 2017 è la data del mio ritiro, un po’ a malincuore. Ho sposato una causa e una società, andare via a 36 anni per giocare chissà dove non conviene tanto. Meglio imparare qualcosa per il futuro, la scelta l’ho fatta e mi sono adeguato. È stata dura, svestire i panni del giocatore è difficile e fare l’allenatore è diverso, ringrazio Giampaolo e la società che mi ha dato lavoro e opportunità, speriamo di ripagare la loro fiducia. Quando mi sono svegliato il 6 luglio 2017 ho detto “speriamo di non aver fatto una ca**ta”. Spero che Genova sia per sempre, quando intraprendi la carriera di allenatore sai che ti porterà altrove, a meno che non sia un bambino prodigio come allenatore. Palombo sulla panchina della Sampdoria? Mi ci vedrei, ma prima devo imparare bene».

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