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Sabatini e i bidoni: «Dodô, che rimpianto»

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Sabatini ripercorre i buchi nell’acqua della sua carriera da dirigente: «Dodô, che rimpianto. Ci aspettiamo troppo dai giocatori stranieri»

Dopo mesi di convalescenza a causa della grave crisi respiratoria che lo ha colpito lo scorso settembre, Walter Sabatini è tornato al lavoro e ieri sera, in occasione di Sampdoria-Milan, ha potuto finalmente riassaporare di persona il clima del “Ferraris”. Tante le operazioni condotte dall’attuale dt blucerchiato, che però non sempre ha visto le sue giovani promesse tramutarsi in calciatori affermati: «Il mio più grande rimpianto è stato Pastore. Giocava un calcio da sogno – ricorda ai microfoni di Rai Tre – ha fatto una buona carriera però poi si è totalmente seduto, e gliel’ho anche detto. Per non parlare di Iturbe o Dodô. Bidoni? Ho le mie colpe. Qualche volta ci aspettiamo troppo dai giocatori stranieri, giocare qui in Italia non è semplice. Alla Roma anche io ho sofferto nel cedere alcuni giocatori, ma in quel momento il club aveva bisogno di fatturare. Era un problema che la società doveva affrontare».

L’ex dirigente di Inter e Palermo, fra le altre, si è sempre lasciato guidare dall’istinto: «Ma un tempo era più romantico. Nel calcio vedo tutto quello che si può conoscere nella vita e anche oltre la vita, è come l’Aleph di Borges. Trattare oggi con i procuratori non è così difficile: non tutti sono delinquenti, in tanti lo fanno con scrupolo. Dario Canovi, per esempio, ha praticamente inventato questo mestiere. Per comprare un giocatore devo rimanerne affascinato, mi devo emozionare. Immagino in anticipo quello che può fare in campo, perché è questa la mia peculiarità», ha concluso Sabatini.


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