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Marotta: «Calcio italiano non più appetibile. Rispecchia la situazione del Paese»

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Beppe Marotta, ad dell’Inter ed ex Sampdoria, ha parlato del momento del calcio italiano dopo la pandemia Covid-19

L’amministratore delegato dell’Inter ed ex dirigente della Sampdoria, Beppe Marotta, ha parlato del momento del calcio italiano che sta cercando di ripartire dopo la pandemia. Le sue dichiarazioni a Il Corriere della Sera.

AIUTO – «C’è un freno politico verso lo sport che è un fenomeno di aggregazione, un deterrente sociale, migliora la salute dei cittadini. Lo sport d’élite ha ri- svolti eticamente impopolari, ma è il 13° comparto industriale del Paese, va attenzionato meglio. All’estero esistono i ministeri dello Sport. In Italia lo sport non è considerato rilevante nell’economia del Paese. Abbiamo un contesto legislativo obsoleto. Il Covid ha portato una perdita di 1,2 miliardi alla serie A. Al governo ci siamo rivolti non per un ristoro, ma per un differimento delle imposte. Il contribuente avrebbe visto inalterato il bilancio dello Stato che nel 2005 prese invece 450 milioni dal Credito Sportivo. A noi è negato qualsiasi aiuto».

CRISI – «Come si supera la crisi? Un tempo i presidenti furono definiti “Ricchi scemi”. Non ce ne sono più, il mecenatismo è morto. Servono proprietà competenti, stabilità e continuità. Anche a danno dei risultati sportivi».

SERIE A«Negli anni 90 la Serie A era l’Eldorado, se siamo scivolati nel ranking mondiale è colpa di chi ha gestito male? Il calcio italiano non è più appetibile e rispecchia la situazione del Paese a livello politico e imprenditoriale».

IMPUT – «Per risollevarsi occorre valorizzare le proprie risorse, contenere i costi e incrementare le strutture. Non vince chi più spende, meglio far vivere il valore della competenza».

FONDI D’INVESTIMENTO – «Non ho nessuna preclusione. Il problema non è econo- mico, il bilancio si sistema con il calciomercato o l’aumento di capitale. Le società falliscono per mancanza di cassa. I fondi garantiscono liquidità, devi però negoziare le condizioni d’ingresso. La serie A ha venti proprietari, un condominio dove non si è mai d’accordo».

CAMBIAMENTI – «Il rischio d’impresa è dei club, se Fifa e Uefa vogliono rimodellare il calendario lo tengano presente. La Champions nel 2024 aumenterà di 100 partite. La Fifa vuole il Mondiale biennale: ma la tutela delle società dov’è? Se ti do un giocatore per due mesi perché devo pagarlo io?»

MONDIALE BIENNALE – «Sono contrario. Significa limitare le attività dei club e aumentare l’usura e il rischio di infortunio dei calciatori. Format dei campionati? Si deve scendere a 18 squadre e non solo. Le leghe inferiori stanno in piedi grazie a un concetto mutualistico di assistenza. Per le leghe minori si potrebbe reintrodurre il semi-professionismo».

DAZN – «Le società devono ottimizzare la vendita, ma la tutela del prodotto è importante. Va garantita la diffusione e la bellezza dello spettacolo. Oggi il backstage è quasi più importante della partita. La serie A ha perso appeal, è un campionato di transizione, Lukaku docet. Il campione arriva e va via, prima restava».