Audero scherza: «In campo parlo da solo, sembro scemo». E sulla Samp…

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Audero si sbottona: «Il portiere è un ruolo affascinante e frustrante. Ho studiato scientificamente Buffon, gli ho rubato i segreti del mestiere»

Emil Audero è senza dubbio una delle sorprese di questa stagione per la Sampdoria. Dopo un anno positivo a Venezia in Serie B, non era scontato che l’estremo difensore riuscisse a imporsi anche nel massimo campionato italiano, ma le prestazioni del portiere italo-indonesiano hanno dato ragione alla società blucerchiata, che ha scelto di riscattarne il cartellino dalla Juventus. Audero si è raccontato ai microfoni di DAZN, a cominciare dalle difficoltà del suo ruolo: «Dicono che sia il ruolo più bello del calcio e in effetti c’è dentro tutto. La concentrazione, la giusta tensione, non deve esserci mai paura, ma dietro ogni portiere c’è il gol: se sbagli, è gol. È frustrante ma è un ruolo affascinante, che ti tempra molto».

Avendo avuto un maestro del calibro di Gigi Buffon, tutto però diventa più semplice: «Con lui ho avuto la possibilità di cogliere sfumature uniche. Viverlo nella quotidianità mi ha consentito di vedere come si comporta un campione, come approccia ogni singolo allenamento. Non è stato un mentore, però, non andavo lì a chiedergli mille cose ogni giorno perché non è cosi che si fa. Ma ho rubato in modo scientifico ogni suo dettaglio. Tipo tirare due righe sul campo, in area piccola, per orientarmi al meglio tra i pali».

I miglioramenti del portiere si sono avvertiti sensibilmente anche nel corso di questa stagione, grazie alla Sampdoria: «Mi trovo molto bene, sto bene: c’è tutto per fare bene. La Sampdoria è una grande società, con degli ottimi compagni. E poi, qui a Genova, c’è il mare: alla mattina ti svegli, vedi il mare e stai bene. La parata migliore della mia stagione? Credo sia quella su Matuidi, in Juventus-Samp: un tuffo in un angolo basso, tecnicamente era difficilissima». A proposito di partite, Audero rivela i piccoli riti scaramantici che lo contraddistinguono: «Nella foto di squadra devo essere il primo, in alto a destra. Poi mi piace caricare i miei compagni, godermi l’ingresso in campo e avvicinarmi sotto la nostra Gradinata. I nostri tifosi mi caricano moltissimo prima di cominciare. A Quagliarella non do nessuna indicazione sul campo in cui iniziare perché perde sempre al lancio della monetina! Fa ridere, ci scherziamo molto».

Le radici del portiere dell’Under 21 italiana affondano dall’altra parte del mondo: «Mi chiamo Emil Audero Mulyadi, questo è il mio cognome indonesiano, quello di mio padre. Sono nato lì, scorre sangue indonesiano nelle mie vene. Se penso all’Indonesia, penso a mio padre: lui è parte di me, vive lì. Poi, ovvio, penso anche a quei luoghi. Ci sono spiagge e ambienti naturali meravigliosi. Il mio posto nel cuore è una spiaggia a sud ovest di Lombok, l’isola dove sono nato: si chiama Selong Belanak. E’ una spiaggia lunga, con sabbia fine, mare stupendo: starei sempre lì».

Tornando al ruolo del portiere, Audero svela alcuni delle difficoltà maggiori che un estremo difensore di Serie A è chiamato ad affrontare ogni domenica: «Rimanere dentro alla partita, con la testa, è il compito più difficile del portiere. Io, ad esempio, parlo da solo: se qualcuno mi riprendesse per tutta la partita sembrerei uno scemo. Mi do delle pacche in testa, faccio cose strane a costo di sembrare stupido, ma sono servono per rimanere dentro alla partita. Giampaolo mi chiede di essere in posizione sempre utile per il reparto di difesa, di essere in condizione di gestire il pallone da dietro. Non posso essere in posizione troppo bassa, distaccato e solo in porta. Sono aspetti su cui lavoriamo tanto perché ogni avversario ti pressa in modo diverso e devi trovare soluzioni diverse – conclude Audero: il nostro ruolo ormai è cambiato».