Bereszynski critico: «L’Italia è indietro con le infrastrutture»

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© foto Valentina Martini

Bereszynski e l’esperienza in Italia: «La Polonia è più avanti con le infrastrutture, gli italiani hanno un’altra mentalità». Su Giampaolo: «Fissato con la tattica»

A più di un anno dal suo arrivo in Italia, Bartosz Bereszynski ha riassunto ai taccuini di sportowefakty.pl le sue impressioni sull’avventura con la maglia della Sampdoria e sul Bel Paese. Non solo per merito suo, il club blucerchiato adesso può vantare un discreto seguito anche in Polonia: «Ai polacchi piace seguire come vanno i loro connazionali all’estero. Sappiamo dal club che il numero di tifosi polacchi che visitano il sito della Sampdoria è cresciuto molto recentemente. Prima Linetty, poi io, e infine Kownacki ci siamo trasferiti qui e l’interesse per questo club in Polonia è diventato piuttosto alto. Meglio il Legia Varsavia? La Sampdoria è un club ben organizzato, tutto funziona come dovrebbe. Tuttavia, quando si parla di infrastrutture e progetti per il futuro, il Legia lo batte. Dobbiamo ricordare che gli italiani sono particolari, e non solo nell’approccio allo sport, ma in genere alla vita: non danno molta importanza alle cose materiali, ad esempio le auto, per loro è importante mangiare bene, avere un bell’aspetto e godersi la vita. Questo vale anche un po’ nel calcio. Forse se fossimo arrivati in Serie A da un piccolo club polacco, la nostra visione sarebbe stata diversa, perché non saremmo stati abituati agli alti standard europei».

In ogni caso, il problema non è limitato alla sola Genova: «Le infrastrutture sono state un brutta sorpresa, e credo che tutti l’abbiano notato. Il grande “San Siro” impressiona, ma solo per il nome e la grande storia: è un vecchio stadio che dovrebbe essere modernizzato. Stesso discorso per il “San Paolo” di Napoli, che considero uno degli stadi più brutti in cui abbia mai giocato. La prima volta questi impianti possono anche fare una certa impressione, ma più ci giochi e più i difetti vengono fuori. Per contro, posso constatare quanto gli italiani amino il calcio e potrei dire che lo vedono quasi come una religione. Quando parliamo delle nostre partite con un amico del proprietario di un ristorante, si vede che non solo ama il calcio, ma se ne intende. Proprio per questo i tifosi tendono a darti consigli: “Dovevi fare così, dovevi correre di più”. Comunque capiscono che devo migliorare la mia tattica difensiva, devo seguire le istruzioni del tecnico e non guardare la mia partita solo per i cross fatti. Non c’è spazio per il singolo, la cosa importante è la tattica collettiva. Molti tifosi lo sanno, perciò si possono fare conversazioni costruttive anche con persone che non hanno niente a che fare con lo sport, se non per il fatto che guardino partite».

«La gente è diversa qua – ha proseguito il terzino blucerchiato – i giocatori sono ritenuti importanti. Ad esempio, al derby di andata, tre quarti dello stadio erano occupati da tifosi del Genoa: dopo la partita, siamo passati con le tute della Sampdoria indosso davanti a una folla di tifosi avversari e non abbiamo ricevuto nessun insulto o gesto offensivo. Ho anche dei vicini che simpatizzano Genoa, non mi hanno mai guardato storto, anzi. Qui la gente ti apprezza per quello che fa e rispetta il fatto che tu sia un calciatore. Per gli italiani, il calcio è un gradino appena sotto la famiglia. A volte capita di viaggiare verso Roma o altre città, e la gente ci aspetta all’aeroporto solo per scattare una foto con noi, chiederci un autografo o semplicemente gridarci qualcosa di motivante. E’ molto bello, soprattutto perché la Sampdoria non è un club che ha un seguito in tutta Italia».

Marco Giampaolo dice che i giocatori polacchi hanno “una marcia in più” rispetto agli altri: «Gli italiani apprezzano i giocatori polacchi, e il merito è di chi è già qui da tempo: Zielinski, Skorupski, o prima Glik. Non tanto tempo fa, sia Wszolek che Salamon giocavano nella Sampdoria. Al club piacciono i trasferimenti di giocatori polacchi, perché stiamo facendo bene. Chi lo sa che non se ne aggiunga un altro, nel frattempo! Ci piace lavorare duro e non lamentarci. Posso tornare a casa infelice, ma in allenamento o in partita non mi risparmio. Agli italiani piace questa mentalità. Il fatto che la nostra Nazionale stia riscuotendo successo è importante: grazie alla sua forza, siamo percepiti come giocatori migliori e la nostra valutazione sul mercato sta crescendo. Dopo tutto, un tempo pochissimi avrebbero pagato per un giocatore polacco, ma adesso siamo richiesti».

Sia Bereszynski, che Linetty o Kownacki, non hanno impiegato molto a conquistare la fiducia del tecnico: «Abbiamo lasciato grandi club polacchi, abbiamo avuto esperienze in Coppe europee. Personalmente, nel corso di 4 anni ho passato 3 gironi: 2 in Europa League e uno in Champions League. Di sicuro gli ultimi sei mesi al Legia, in cui ho affrontato Sporting Lisbona, Borussia Dortmund e Real Madrid, sono stati una bella palestra per giocare in Serie A. Quando un nuovo giocatore polacco si presenta in Italia, si dice solitamente che abbia bisogno di qualche mese di adattamento, io ho saltato questa fase. Non sono d’accordo su questo: si tratta di essere pronti a giocare o no. Certo, questo tempo è necessario per questioni non dipendenti da noi: all’inizio la lingua è una barriera, devi imparare la tattica della nuova squadra, trovare casa. Quando risolvi tutti questi problemi, è più facile concentrarsi solo sul campo. Parlando strettamente di questioni di campo, in Polonia come in Italia devi giocare cercando di soddisfare le richieste dell’allenatore. E’ noto che qui ci siano avversari più validi. Al mio arrivo a Genova, non mi sono dato dei mesi di tempo, dovevo giocare subito. I miei compagni sono arrivati qui con un atteggiamento simile: volevano inserirsi in squadra il prima possibile».

Bereszynski ricorda poi i suoi primi momenti con la maglia blucerchiata indosso: «Essendo arrivato a gennaio alla Sampdoria, ne venivo da tre settimane di vacanza. Nel frattempo, la squadra si stava allenando: sono arrivato nel bel mezzo della stagione e mi sono dovuto adattare al modo di lavorare. Dieci giorni dopo il trasferimento, ero in campo contro la Roma: mi sono sentito come lanciato su un ottovolante e dopo 60 minuti non sapevo più cosa stesse succedendo. Non ero pronto fisicamente. Tuttavia, mi sono guadagnato la titolarità sulla fascia destra. L’esperienza mi ha aiutato, perché sapevo già come dosare saggiamente le mie energie. Magari non sei fisicamente al top e quindi non riesci a mostrare appieno le tue qualità, ma il potenziale si vede immediatamente. Chi ha bisogno di “acclimatazione”, mi dispiace, ma ma non è adatto a un campionato del genere».

Oltre a Dennis Praet e Joachim Andersen, con i quali la delegazione polacca della Sampdoria ha legato maggiormente, il riferimento in squadra è Fabio Quagliarella: «Ha tanta abilità ed esperienza – spiega il classe ’93 -. Quando deve tenere palla, lo fa: sa benissimo quando guadagnarsi un fallo e far rifiatare la squadra. Il suo più grande pregio è quello di sapere sfruttare la situazione a suo favore, cosa che si vede anche nei 18 gol fatti in stagione. E’ un giocatore di una certa età, ma ci aiuta molto. In fase di pressing arriva in braccio al portiere avversario: in questo aspetto somiglia a Marek Saganowski, 35 anni sulle spalle e mette la testa dove altri giocatori avrebbero paura di mettere le gambe».

Una battuta anche su Marco Giampaolo, ai cui insegnamenti Bereszynski deve molto per la sua crescita di calciatore: «E’ fissato con la tattica, a cui dedichiamo molto tempo. Si vede quanto ami il suo lavoro e quanto lo conosca bene. Capita che non dorma neanche, per guardare delle partite. Il giorno dopo una nostra partita, magari può dire di averla vista già tre o quattro volte. Enfatizza la fase difensiva, che è indubbiamente il nostro punto di forza, grazie al quale siamo riusciti a fermare squadre come Juventus o Roma. Il mister non ci incolpa quando non riusciamo a dare la palla dove volevamo, mentre cambia se non facciamo un movimento o corriamo verso una zona di campo sbagliata. Ci focalizziamo più sui movimenti senza palla, la difesa è una questione chiave».

«Io e Karol (Linetty, ndr) avevamo un insegnante qualche tempo fa, ma una lingua bisogna assorbirla avendo un contatto costante con essa nella vita di tutti i giorni. Italiano ne sentiamo tanto, a Genova in pochi parlano inglese. Quando vado da qualche parte, sono condannato: cerco le parole nella mia testa, gesticolo, a volte mi porto dietro il dizionario. Ognuno ha il suo metodo: io, per esempio leggo, la stampa locale e ho persino comprato un abbonamento a “La Gazzetta dello Sport” . L’italiano è vivace e piacevole, anche se la grammatica è difficile, ma siamo in un paese che ci dà lavoro e opportunità di sviluppo, quindi imparare una lingua è anche un’espressione di rispetto. Karol ha già rilasciato un’intera intervista in italiano. Per quanto mi riguarda, prima di un match sono stato intervistato da un giornalista di Sky e ho capito le sue domande, ma ho preferito rispondere in inglese, mi sento più tranquillo. Non mi piace fare le cose a metà, così ho parlato una lingua che conosco meglio. Nel quotidiano, comunque, parlo italiano: mi faccio capire», ha concluso il difensore.

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