Flachi non esiste per la FIGC: «Manco avessi ammazzato qualcuno»

Flachi sampdoria
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L’ex bomber torna a parlare della sua vita: dalle emozioni con la maglia della Sampdoria all’apertura di una paninoteca. Ma la squalifica pesa ancora

«Non voglio sentire quella parola. Mi dà fastidio: sono stato un cattivo esempio, ma è il passato. Perché è accaduto? Avevo disconnesso il cervello. Un cretino, suvvia. Ma ora dico: non mi sono venduto le partite e non ho fatto uso di doping per migliorare le prestazioni. Forse, dico forse, 9 anni di stop possono bastare. La seconda opportunità si concede ai peggiori criminali. La lezione è servita, datemi la possibilità di dimostrarlo con i fatti». Francesco Flachi rivive con distacco la vicenda che lo ha allontanato per sempre dal calcio giocato. Lui, per la FIGC, non esiste. Almeno fino al gennaio 2022, quando avrà scontato la squalifica di 12 anni dovuta alla cocaina. «Nemmeno avessi ammazzato qualcuno – continua l’ex bomber alla Gazzetta dello Sport -, d’accordo: ho sbagliato due volte. E mi sono rovinato la carriera: già questa è una bella pena da scontare, dopo tutto questo tempo ha ancora senso lo stop? Mi fa male non poter portare allo stadio mio figlio, sapere che il mio nome è dentro una lista nera. E mi fa ancora più male non poter andare in panchina: vorrei allenare in modo normale, prendere il patentino, fare la gavetta, vedere se sono capace. Altrimenti resto a preparare i panini…».

Adesso Flachi gestisce un locale a Firenze, Il panino di categoria, e guida da clandestino la formazione del Bagno a Ripoli, reduce dalla vittoria in Terza Categoria: «Dura ripartire, ma la colpa è stata solo mia. E quindi mi sono rimboccato le maniche. Aprire la paninoteca è stato un primo passo, non mi sono mai nascosto. Ci ho sempre messo la faccia. Il calcio fa parte della mia vita, anche se gli amici rimasti sono pochi, non posso e non voglio cancellarlo. Ho una scuola calcio e tante famiglie mi affidano i figli senza problemi, del passato non gli frega. Conta il presente e la fiducia conquistata giorno dopo giorno. E poi alleno il Bagno a Ripoli, mi tocca seguire le partite su un cucuzzolo: soffro come un cane. Ma quando vinciamo, provo le stesse emozioni della A. Il calcio è bellissimo per questo: le dinamiche di una squadra sono identiche in qualunque categoria, cambiano solo i gesti tecnici e gli stipendi».

Le emozioni della Serie A che purtroppo non può più assaporare, se non in ricordo: «Il legame con i colori della Sampdoria non si spiega a parole. Sono il terzo cannoniere della storia doriana dopo Mancini e Vialli, mica pizza e fichi. Ogni volta che entro a Marassi ho i brividi, mi viene da piangere. Anzi, da ridere: per vedere la Samp mi devo camuffare, passare per un altro a causa della squalifica». Il sogno è di poter finalmente essere riconosciuto come tecnico. E di maestri ne ha avuti tanti: «Odiavo la panchina, adesso pagherei per sedermi. Che tipo di allenatore sono? Ne ho avuti tanti, mi piace ricordare Ranieri a Firenze, ma quello a cui sono legato di più è Walter Novellino: capiva ogni situazione, i nostri problemi, aveva sempre la parola giusta. Ecco, credo che un buon tecnico, al di là del modulo, debba saper fare questo, conoscere la squadra come le sue tasche, entrare nella testa di ogni calciatore. E dargli, quando serve, il consiglio giusto. A proposito: se venite a trovarmi, assaggiate il panino con burrata e prosciutto toscano. Una delizia, come un mio gol in rovesciata».

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