L’ex arbitro Gavillucci: «Ricordato per Sampdoria-Napoli. Rifarei tutto» – ESCLUSIVA

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Esclusiva Sampnews24 – L’ex arbitro Gavillucci si racconta: «Sospensione Samp-Napoli? Rifarei tutto alla stessa maniera»

Claudio Gavillucci, arbitro che sospese Sampdoria-Napoli per cori razzisti, ha deciso di raccontare la sua storia attraverso le pagine del libro “L’uomo nero – Le verità di un arbitro scomodo”, scritto insieme a Manuela D’Alessandro e Antonietta Ferrante. Intervistato in esclusiva da Sampnews24.com, Gavillucci ha raccontato la sua verità.

Come stai vivendo la situazione Coronavirus?

«In questo momento mi trovo in Inghilterra per lavoro. La situazione Coronavirus è un po’ diversa da quella che c’è in Italia. Siamo indietro di due settimane, ci sono circa 200 morti al giorno e siamo in pieno lockdown. In realtà non ci sono mai state restrizioni stringenti. Il consiglio è comunque di restare a casa evitando gli assembramenti. Ma molte attività sono aperte, si può fare attività fisica nei parchi. Probabilmente sono misure più soft che protrarranno la situazione fino a fine giugno».

Perché hai deciso di scrivere questo libro?
«A 38 anni, dopo aver diretto più di 600 partite in carriera di cui una cinquantina in Serie A, sono stato dismesso dall’AIA con un sms e tre parole. Nella vita sono stato abituato ad andare in fondo alle cose e ho voluto capire il motivo di questa decisione e se le valutazioni tecniche fossero motivate. L’ho fatto tramite la giustizia sportiva, parzialmente vinta. Ho scoperto tantissime cose. Sono i valori che mi contraddistinguono ad avermi spinto a scrivere questo libro: correttezza, trasparenza, onestà e lotta alla discriminazione di qualsiasi tipo essa sia. Poi per l’amore per il mio lavoro e per il calcio».

L’inizio di tutta la storia è Sampdoria-Napoli…

«Ho deciso di partire da quell’episodio perché ha sancito la fine della mia carriera e l’inizio della mia storia. Di solito più grande è l’errore commesso, più l’arbitro viene ricordato negli annali del calcio. Io verrò ricordato per aver interrotto Sampdoria-Napoli, perché ho voluto combattere la discriminazione».

Non dev’essere facile per un arbitro scegliere di interrompere una partita in cui il clima è già così teso. Come sei arrivato a quella decisione?

«Voglio precisare una cosa. Ho ricevuto tantissimi messaggi da parte dei tifosi della Sampdoria che appoggiavano la mia scelta e si dissociavano da quei comportamenti. Ho sempre considerato la tifoseria blucerchiata tra le più corrette della Serie A e arbitrare a Marassi è sempre stato molto piacevole. Sono convinto che sia stata solo una parte della tifoseria ad aver fatto quello che ha fatto. Detto questo, va ricordato che nelle settimane precedenti c’erano già stati episodi simili su altri campi, per cui eravamo preparati. Io studio le partite in maniera maniacale, avevo già discusso la questione con i miei colleghi. Conoscevo la situazione di classifica del Napoli e il fatto che avesse dilapidato il vantaggio che aveva con la Juventus e, di fatto, perso lo scudetto. Ero consapevole del gemellaggio tra i tifosi partenopei e quelli del Genoa, cosa che poteva acuire ancora di più la tensione. E sapevo che il Napoli sarebbe arrivato coi nervi scoperti a questa gara. Le componenti per far accendere la scintilla c’erano tutte. Ero consapevole che sarebbe stata una gara delicata, ma non avevo idea che avrei finito per interromperla. Voglio precisare che gli arbitri non si preparano a interrompere le partite per cori razziali, ci prepariamo a comminare rigori, distribuire cartellini. Ma prendere una decisione del genere per un arbitro non è facile. Non era mio intento e nemmeno me lo sarei immaginato. Ma nel momento in cui è stato necessario dare un segnale forte l’ho fatto. Il regolamento, oltretutto, lo imponeva».

Quella partita è stata contraddistinta anche dall’intervento del presidente Ferrero.

«Alla fine della partita il presidente Ferrero è venuto immediatamente a farmi i complimenti e a dissociarsi dai comportamenti della tifoseria. E durante la gara fu molto collaborativo, voglio sottolinearlo. Fui sollevato nel vederlo scendere in campo e andare sotto la curva e non è che gli sia stato riservato un trattamento di favore. Si è preso insulti e sputi. È una persona veramente squisita».

Qual è stata la reazione dei vertici dell’AIA?

«Il silenzio, che è la cosa che non mi è piaciuta. Quel gesto andava fatto e avrebbe dovuto essere d’esempio per tutti. Invece è finito nell’indifferenza. Perfino il New York Daily riprese la notizia. In Italia nessuno, nemmeno il presidente Nicchi, mi fece una telefonata. Ho iniziato a pensare che forse non era quello che bisognava fare. Il dubbio poi è diventato qualcosa di più quando, a dicembre, durante Inter-Napoli non fu presa la stessa decisione per i cori razziali nei confronti di Koulibaly. A quel punto Nicchi prese posizione dicendo che non era compito dell’arbitro e venne cambiato il regolamento. Di fatto poi nella sostanza non è che sia cambiato, è sempre l’arbitro a prendere certe decisioni: le ha prese Rocchi, Orsato. Al di là di tutto penso di aver sensibilizzato un problema, quello del razzismo, che viene considerato marginale in Italia. Qui in Inghilterra è un problema primario e sono le società stesse a radiare i propri tifosi. È un problema serio e non parlo solo della Premier League»

Questa decisione ti ha fortemente danneggiato. Hai dei rimorsi?

«Sicuramente non ne ho giovato. Ovviamente ho chiesto spiegazioni all’AIA, lo spiego bene nel libro, del perché fossi il più scarso. Ho scoperto, tra le tante cose, che Orsato in Inter-Juventus – dove accadde quello che accadde – prese lo stesso voto che diedero a me per Sampdoria- Napoli. Sebbene Orsato sia uno dei migliori arbitri in circolazione, ha fatto degli errori. Diciamo che, se non sono stato penalizzato da questa decisione, sicuramente non sono stato premiato. Si è persa un’occasione di fare di quell’episodio uno spot per debellare un problema primario. Poi ci hanno pensato i calciatori, da Balotelli allo stesso Koulibaly a prendere in mano la situazione. Tante società si sono attivate. Rimorsi? No, rifarei tutto quello che ho fatto. Ho speso la mia vita a raggiungere il mio obiettivo. Mi sono sempre detto che nel momento in cui avessi avuto paura di prendere una decisione avrei smesso di arbitrare. Non mi sono mai pentito di rischiare. Se avessi sbagliato sarei tornato indietro sui miei passi, ma sono convinto di quello che ho fatto. In passato quando ho sbagliato a fischiare un rigore l’ho sempre ammesso, ma questa volta non c’è stato alcun errore. Interromperei di nuovo quella partita».

Come giudichi quello che sta succedendo a seguito dell’emergenza Coronavirus? Gli arbitri sembrano essere l’ultima ruota del carro, o sbaglio?

«Bisogna pensare che l’arbitro è una delle componenti fondamentali di una partita di calcio. Eppure il divario, in termini economici e di possibilità di preparazione alla gara, è totalmente diverso e inferiore. C’è un gap notevole tra chi giudica e chi viene giudicato e questo non crea serenità. Leggevo che gli arbitri si stanno preparando nei parchi e per strada. Le società di calcio hanno centri di allenamento a disposizione, fanno gruppo. Gli arbitri no, quelli che erano i centri in cui si allenavano sono chiusi. Per non parlare del fatto che se un arbitro dovesse contrarre il Covid-19 sarebbe costretto a restare a casa, non percependo lo stipendio. Va compreso che c’è una sperequazione enorme tra le categorie. Passiamo a parlare delle trasferte, che sono un problema. Gli arbitri viaggiano in maniera autonoma e hanno rischi maggiori. E infine lo scenario durante la partita, decisamente insolito data l’assenza dei tifosi. Il pubblico è un elemento che tiene alta la concentrazione anche del direttore di gara. Senza il pubblico è più facile che faccia qualche errore. Una cosa positiva c’è: l’obbligo di mantenere le distanze che eviterà proteste e assembramenti intorno all’arbitro. Si favorirà lo spettacolo, meno chiacchiere e più gioco».

Questa situazione e quello che si vede sui campi di Serie A, ma non solo, non è figlia di una scarsa preparazione? Sembra che non ci sia molta uniformità decisionale.

«Questa è un’altra cosa che spiego nel libro. Tengo a precisare che la preparazione degli arbitri italiani è di altissimo livello. È il sistema che è sbagliato. Non la professionalità. Errare è umano, ma non si può sbagliare quando la palla non rotola. Non penso di essere migliore degli altri, ma non ero nemmeno il peggiore. È il sistema che giudica il problema, questo potrebbe alla lunga mettere a repentaglio l’autonomia decisionale degli arbitri. Mancanza di serenità, di contratti, di sicurezza, crea difficoltà. È come se un giudice, prima di dare una sentenza, sappia che da quella dipenderà la sua carriera e il suo lavoro. Se un calciatore sbaglia un rigore al massimo viene messo in panchina, l’arbitro se sbaglia ha altre conseguenze. Lavoriamo una vita per poter epurare il sistema delle pressioni psicologiche, ma giocoforza c’è sempre l’ipotesi vengano forzate».