Kownacki fa ben sperare Giampaolo. E il progetto tecnico continua

Kownacki sampdoria
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L’allenatore della Sampdoria approva il mercato svolto dalla società e sorride guardando le giocate di Kownacki, giovane stella polacca che presto esploderà

«L’obiettivo è creare un’idea: noi siamo un laboratorio, io l’artigiano. La Sampdoria è la mia casa-bottega, per questo mi piace. Noi più forti, deboli o uguali? Diversi. Ma c’è un anno in più di lavoro, il gruppo base è rimasto. E sono molto soddisfatto dei nuovi. Ci divertiremo». Non male la presentazione della stagione da parte di Marco Giampaolo, sempre più pilastro e artefice di una squadra che punta a crescere ed esprimere un bel calcio nel panorama della Serie A. E perché no, tra qualche anno anche in quello europeo. Malgrado le illustri cessioni, la società blucerchiata è stata abile a offrire al proprio allenatore dei rinforzi di valore, in grado di mantenere invariato il potenziale collettivo: «Io vado dove c’è un progetto. Qui c’è. Se mi chiede dove sarò domani non glielo so dire, prima di tutto perché non m’interessa, in quanto uomo di mare, sono fatalista. E poi a cinquant’anni una cosa l’ho capita, ciò che è certo oggi non lo è più domani. Comunque io qua sto benone, c’è il mare e uno stadio pazzesco. A volte, lì dentro, succede qualcosa di metafisico».

Oltre agli uomini più esperti del nostro campionato, sono arrivati giovani talentuosi del calibro di Joachim Andersen, Bozo Mikulic e Dawid Kownacki. E sul polacco, Giampaolo non si trattiene: «Sarà lui il prossimo Schick. Vent’anni, diverso da Patrik ma potenzialmente fortissimo. Nel medio periodo esploderà». La sua intervista al Corriere della Sera si conclude con il riferimento all’attaccante ceco, da poco passato alla Roma per il trasferimento più vantaggioso della storia della Sampdoria: «Può giocare in diverse posizioni della linea d’attacco, ma sempre con la porta dritta davanti a sé. Confermo: per me non è un’ala. E dire che un anno fa non se lo filava nessuno. Aveva bisogno di crescere muscolarmente, era acerbo. Ma fortissimo. Se ne accorse per primo Antonio Cassano. Un pomeriggio viene da me e mi dice: mister, questo è forte forte».