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Tanto integralismo, zero populismi: Sampdoria, riecco Giampaolo

Federico Nardi

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La Sampdoria e Marco Giampaolo si incontrano dopo un ciclo di tre stagioni: dal progetto plusvalenze al sogno mancato dell’Europa League

«I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi e resistenti». Si può riassumere così la filosofia di Marco Giampaolo, con una frase del compianto scrittore e amico Luis Sepúlveda. L’avventura sulla panchina della Sampdoria inizia nel luglio del 2016 e in conferenza stampa il tecnico di Giulianova espone, senza troppi giri di parole, la base fondamentale intorno alla quale ruoterà il suo lavoro, vale a dire “lo spirito di appartenenza“, un qualcosa che a Genova, sponda blucerchiata, sanno bene cosa significhi. Un lavoro quotidiano estenuante quello di Giampaolo, che inizialmente stenta a far vedere i propri frutti, ma che poi riesce ad entrare in maniera convincente nella testa dei giocatori, liberandoli con schemi tecnico-tattici da ogni schema mentale. Una Samp “di artigiani e sognatori” con un gioco fluido e ben organizzato, che da tempo mancava all’ombra della Lanterna: ogni pedina aveva il proprio posto e le proprie mansioni nello scacchiere “quasi” perfetto dell’allenatore abruzzese. Al termine di ogni stagione, però, come spesso accade nella politica della società blucerchiata, bisogna demolire: e allora via i migliori, dentro nuove scommesse, ma soprattutto per ricostruire, si sa, c’è bisogno di lavoro, tanto, forse troppo. L’Europa sembra avvicinarsi ogni volta, salvo poi volatilizzarsi puntualmente a fine campionato. E allora Giampaolo diventa un “talebano” per alcuni tifosi, monarca assoluto dei derby contro il Genoa sì, ma poco altro.

E poi arriva il Milan, una chiamata che sa di rivincita personale, occasione troppo ghiotta per la lasciarsela sfuggire: lui, Marco Giampaolo, allenatore-artigiano, su una panchina così prestigiosa, pare quasi un ossimoro. Di fatto l’avventura rossonera durerà solo 41 giorni, rispedendolo nel vortice dell’anonimato. «Non è adatto ad allenare una big» dicono. É vero, come potrebbe essere vero il contrario, forse le “big” non sono adatte a lui, d’altronde un lavoro completo richiede dedizione ma soprattutto tempo, e quando di tempo non ne hai, tanto vale non cominciare nemmeno. Giusto richiamare in causa Sepúlveda per riassumere la breve e neanche troppo intensa avventura milanista, poiché «il peggior castigo non è arrendersi senza lottare. Il peggior castigo è arrendersi senza aver potuto lottare».

Il presente si chiama Torino, che affronterà proprio la “sua” Sampdoria nel prossimo match di campionato. Una sfida al passato più felice, per sperare in un futuro migliore. Due destini che si incrociano nuovamente, questa volta su strade diverse, alla ricerca dello stesso obiettivo: ripartire. Non esiste persona più codarda di chi non è stato nè con i vincitori e nè con i vinti, quando sei stato con entrambi, invece, sai di aver agito con coraggio. E allora rieccoci qua, mister: felici di rivederla.

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