Pazzini: «Cassano? Poteva fare 15 anni al Real Madrid, ma…»

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Giampaolo Pazzini è il capitano e il conduttore dell’Hellas, alla caccia della Serie A: «Qui per scelta. La Samp? Tanti ricordi»

Dopo un anno difficile e aver raggiunto 100 gol in Serie A, Giampaolo Pazzini ha fatto una scelta di vita. Retrocesso con l’Hellas Verona, ha deciso di rimanere in cadetteria per guidare gli scaligeri nuovamente nella massima serie: «Sono tornato in B invece di scappare perché quella sarebbe stata la strada più semplice: l’avrebbero fatto tutti. Una squadra di A l’avrei trovata, ma non potevo lasciare un ricordo così brutto. Mi è scattata una molla: far ricredere tanta gente e farne tacere altra. Non mi sono mai sentito un giocatore di B, ma sono qui per scelta e non per caso: la B può far bene anche a 32 anni, non solo a 19 come quando debuttai. Allora era una Serie A­-2; ora contano di più corsa, agonismo e cattiveria, si gioca in stadi “ignoranti”, ci sono meno telecamere, vale tutto. C’è anche meno qualità, sì: ma il livello tecnico si è abbassato pure in A, no?».

PASSATO SAMP – In una lunga intervista a “La Gazzetta dello Sport”, Pazzini ha ricordato anche il passato blucerchiato. Dentro ci sono la qualificazione alla Champions, la finale di Coppa Italia e quei due gol alla Roma il 25 aprile 2010: «La sera della doppietta alla Roma ero a cena in un ristorante vicino allo stadio. Ad un certo punto vedo il proprietario bianco in faccia: “Vai in hotel di corsa”, e mi fece uscire da dietro. Fuori c’era un po’ di elettricità… A ogni ritorno all’Olimpico mi hanno affogato di fischi, tranne che per Lazio­-Samp del campionato dopo: la curva mi consegnò una targa con su scritto “Con riconoscenza”. E pensare che quella partita non dovevo giocarla: due turni dopo c’era lo scontro diretto per la Champions con il Palermo, la domenica prima avevo segnato al Milan e visto che ero diffidato stavo per togliermi la maglia, ma un compagno me la tirò giù. Toni me lo rinfaccia sempre, invece Ranieri mi disse che lo scudetto l’avevano perso contro il Livorno. E Mourinho? Lo sentii tempo dopo, quando nacque Tommaso: mi fece gli auguri e prima di chiudere, “A proposito, non ti ho ancora ringraziato per quei due gol…». Al Doria ha trovato anche un legame con Antonio Cassano, andato oltre il campo e gli assist del 99: «Questa è facile: Antonio, la mia fabbrica di assist. Lui me lo diceva: “Io godo più a farti segnare che a fare gol”. E io: “Antò, per me va benissimo così”. Vuol sapere i nostri sms nell’agosto 2012? Lui: “Per farti andare al Milan sono dovuto andare all’Inter”. Io: “Per farti tornare in prima pagina, hai dovuto essere scambiato con me”. Per i tifosi che si perdono lo spettacolo è un peccato che non giochi da mesi, ma con Cassano è inutile parlare di rimpianti: poteva fare 15 anni nel Real Madrid, eppure il suo bello è stato essere così, nel bene e nel male. Non lo sento da un po’: non so come finirà, ma troppo lontano ­ tipo in Cina ­ non ce lo vedo proprio».

FUTURO E AMBIZIONI – C’è chi lo accusa di aver vinto poco: «Eh sì: un Europeo under 19 e una Coppa Italia. Ma in realtà quasi ogni anno ho vinto lo “scudetto” possibile: una finale di Coppa Italia con la Samp, la qualificazione alla Champions con la Samp e la Fiorentina, una rimontona con l’Inter, un 3° posto con il Milan. Più che per aver vinto poco, mi spiace non aver avuto tante occasioni per vincere: ho sempre dato tutto ma potevo essere più fortunato, perché se non sei uno di quei 5­6 giocatori top a prescindere da chi li allena, è l’allenatore che ti fa fare la differenza. E nei momenti decisivi della carriera non ho avuto l’aiuto che mi sarebbe servito a crescere e a fare bene». Sul ritiro, possibile dopo la chiusura dell’accordo con l’Hellas nel giugno 2020: «Firmare un contratto che scadrà nel 2020 è stata una scelta che ho fatto non pensando alla categoria, e comunque non sono sicuro di giocare davvero fino ad allora. Una cosa è sicura: non mi trascinerò fino al 2020 a fare figure meschine solo perché ho un contratto. Voglio lasciare con il ricordo di un’annata bella e sarò io a dire basta, non quella firma che ho messo».

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