Giampaolo fa cento con la Samp: «Vivrei a Genova. L’affetto della Sud è speciale»

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Giampaolo rivive i suoi momenti migliori con la Sampdoria: «Ricordo il primo derby e l’affetto che mi manifestò la Sud»

Dopo il pareggio da thriller a Roma con la Lazio, per la Sampdoria è tempo di guardare avanti, alla sfida di domenica contro il Parma. La partita contro i ducali avrà peraltro un sapore speciale: non solo sarà una festa di tifo e colori per via dello storico gemellaggio che lega le due tifoserie, ma, per quanto riguarda il tecnico blucerchiato Marco Giampaolo, segnerà un importante record: quello delle cento panchine con la Samp. L’allenatore di Giulianova ne parla con soddisfazione: «Cento partite per me sono un onore e un orgoglio. Cento partite alla Samp sono cento partite alla Samp. È un bel traguardo per me, che al massimo mi sono fermato due anni all’Ascoli. Un rapporto che va avanti da quasi tre anni e oggi è difficile resistere per tanto tempo nello stesso club. Guarda gli allenatori della Samp che mi precedono in classifica e sto dietro i grandi. Boskov è una leggenda, Novellino si identifica nella Samp, a un Eriksson che cosa gli vuoi dire?».

Il rapporto con Genova va di pari passo con il rapporto che lega Giampaolo alla Samp, cìè grande sintonia fra città e tecnico: «Qui sto bene, Genova mi piace. Anche se la conosco poco. Se vado in centro mi perdo, ci sono stato una volta accompagnato da mia moglie. So che non è una bella cosa – confessa Giampaolo a Il Secolo XIX -, ma il lavoro mi assorbe completamente. Mi piace il respiro dell’aria di Genova, la gente. Mi trovo bene con la gente. Ci vivrei, sì. Vialli e Mancini? Due campioni che avevano scelto di sfidare le grandi con la Sampdoria. Penso che Boskov sia stato uno degli allenatori più intelligenti della storia del calcio. Conosco tanti aneddoti accattivanti, divertenti, me l’aveva raccontati Bocchino, dodicesimo in quella Samp e nel mio staff Ascoli. Non credo però che facessero la formazione Vialli e Mancini… Perché poi il campione è campione sempre».

Per quanto riguarda invece la Samp, Giampaolo sceglie il miglior ricordo di queste sue prime 100 panchine: «Il primo derby, vinto 2 -1. Ne venivamo da una miniserie negativa. Quel pomeriggio la Gradinata Sud mi manifestò un affetto e una stima per me inaspettati. Senza che io avessi nei loro confronti nessun tipo di credito o di credibilità. Se mi sono mai sentito a rischio? Sinceramente no. Ci sono stati momenti di difficoltà che fanno parte del gioco, però non ho mai pensato che mi dovessi giocare quella partita da ‘dentro o fuori’. Perché se arrivi a giocarla significa che sei già segnato. Già fuori».

In tanti accusano Giampaolo di un eccessivo integralismo tattico, di troppa fedeltà al suo 4-3-1-2 anche quando le cose non vanno bene sul campo e altri allenatori proverebbero a correggere il tiro. Lo accusano insomma di essere un po’ “talebano“: «Io ci scherzo sopra, mi sto facendo crescere la barba. I giocatori sanno a memoria i comportamenti collettivi, sanno che spostare un giocatore in una zona di campo non prevista dalla organizzazione significa alterare tutti gli equilibri. Se io non avessi lavorato su nessun tipo di principio collettivo, allora si potrebbe fare tutto. Posso giocare una volta a tre, una volta a quattro, una a uno. Non dico che non si può cambiare – conclude Giampaolo per spiegare la sua posizione ai propri detrattori -, ma si deve programmare il cambiamento con le caratteristiche dei giocatori».