Laigle: «Alla Sampdoria grazie a Karembeu. Mancini? Un vice allenatore»

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© foto www.imagephotoagency.it

Pierre Laigle, ex centrocampista della Sampdoria, ha raccontato la sua esperienza blucerchiata in una lunga intervista

Pierre Laigle, centrocampista della Sampdoria dal 1996 al 1999, ha raccontato la sua esperienza blucerchiata in una lunga intervista. Le sue parole a Sofoot.com.

ARRIVO ALLA SAMPDORIA – «Sono rimasto sorpreso. Non era solo un cambio di squadra, ma anche di paese, cultura, stile di vita. Era una vera sfida, non parlavo una parola di italiano. Era un rischio ma in rosa c’era Christian Karembeu e questo ha influenzato la mia decisione».

COMPAGNI DI SQUADRA – «Era una grande squadra. Non voglio dire che mi ero spaventato, ma ero un po’ intimidito di far parte di quel gruppo. La prima volta che sono entrato negli spogliatoi non sapevo bene che posto prendere. Per fortuna c’erano Karembeu e Iacopino, un giovane italiano che viveva a Ventimiglia e che mi ha aiutato molto. L’integrazione è andata bene. In termini di lavoro questo era un cambiamento radicale. Durante la preparazione ho visto uno staff più completo, molte più sessioni di lavoro, qualcosa di estremamente completo un passo avanti rispetto alla Francia».

ERIKSSON – «Parlava un italiano abbastanza semplice. Meglio perché di solito in Italia si parla velocemente e con i dialetti di ogni regione. Con lui però capivo facilmente. Sven-Göran era un personaggio, sebbene un saggio di carattere, non era abituato a urlare. Sembrava un po’ riservato ma mi ha intimidito. Ho esitato ad avvicinarmi a lui, mi sono chiesto dove fossi andato, c’era apprensione. Anche se aveva i suoi piccoli occhiali e gli abiti sobri, era imponente. Alla prima partita di campionato non mi ha fatto giocare. Non mi conosceva bene, voleva valutarmi, sapere se sarei stato all’altezza. Poi nella seconda partita mi ha schierato».

MANCINI – «In campo era la staffetta di Sven-Göran. C’erano i dirigenti negli spogliatoi, ma era lui il numero uno: sia per la sua età che per la sua carriera, per il suo carisma. Mancini era quasi un vice allenatore, strabiliante. Chiacchierava molto con l’allenatore prima delle partite, aveva anche un occhio di riguardo alla formazione e Sven-Göran si è appoggiato spesso a lui, anche per trasmettere messaggi alla rosa. Non parlava molto, ma in campo aveva un carattere speciale. Tecnicamente era un duro e faceva fatica ad accettare che alcuni giocatori non fossero come lui e sbagliavano i passaggi. A volte è stato duro ed era paradossale con il suo atteggiamento fuori dal campo, dove era molto calmo e molto gentile. Era un perfezionista, quando ricevevo un’osservazione da lui dovevo essere d’accordo. Idem per i miei compagni di squadra. È stato per il bene della squadra».

VERON – «Quando è arrivato alla Samp Verón aveva solo 18 anni. Vidi subito il carisma del ragazzo. Che personalità! Francamente, era come se avesse 25-30 anni, che uomo. È arrivato dall’Argentina e ha scoperto l’Europa. Era così maturo e non sembrava avere la sua età. I primi due mesi sono stati difficili ma Mancini lo ha aiutato a integrarsi nel gruppo. Arrivato dall’Argentina, a 18 anni, è diventato rapidamente il nostro leader».