Giampaolo si racconta: «Tra qualche anno smetto di allenare»

Giampaolo Sampdoria
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Nuova stagione di interviste per il giornalista Condò: davanti alla vasca degli squali dell’acquario di Genova, Giampaolo si racconta

Tanti allenatori sono passati sotto le “grinfie” di Paolo Condò, giornalista di SkySport che ha inaugurato la rubrica dedicata alle interviste dei tecnici italiani e stranieri più importanti nel panorama calcistico: Conte, Ancelotti, Gasperini e molti altri si sono raccontanti ai suoi microfoni e finalmente è arrivato il momento di Marco Giampaolo. Nella cornice meravigliosa dell’acquario di Genova, davanti alla vasca degli squali, il tecnico doriano ripercorre il suo cammino fin dagli albori delle prime panchine. Come affermato anche da Condò, Giampaolo è un allenatore diverso che ti fa percepire l’amore che ha per il suo lavoro, per il campo, per il rapporto con i ragazzi e per il gioco, probabilmente perché il suo cammino è stato difficile, con tanti momenti duri che hanno forgiato l’uomo di oggi.

«Sono nato a Bellinzona, ma sono abruzzese di Giulianova. Le mie radici sono forti, per me è un motivo di svago poter tornare in quei luoghi e ritrovare me stesso. Nel mio lavoro sei portato a conoscere tante persone, per questo mi piace ritrovarmi con gli amici di sempre, quelli con cui sono cresciuto, con cui ho giocato per strada a calcio. All’epoca la strada insegnava, si poteva ancora giocare: ricordo che mettevamo delle pietre per fare due porte, con le macchine che passavano, si facevano scoppiare i petardi nei negozi, si suonavano i campanelli, si correva e si saltavano i cancelli, una concezione della strada che oggi non c’è più. Nella mia testa c’è questa idea portare la strada nelle scuole calcio: introdurre quegli elementi tipici. Ora hanno tutti i kit uguali, un tempo invece dovevi conquistartela: mi ricordo a Zanzibar, una partita di calcio 30 contro 30, tutte maglie diverse eppure si riconoscevano. Ho avuto una carriera breve da giocatore in Lega Pro, fino a 30 anni, poi ho dovuto smettere per infortunio, una cosa così ti illude: a quel punto non hai nulla in mano, sei costretto a re-inventarti e non sei preparato. Ho avuto la fortuna di smettere e cominciare subito a lavorare, nel Pescara come osservatore, da lì è partita la mia carriera».

Una carriera da allenatore che inizia nel Giulianova, Treviso, poi all’Ascoli con la partita contro il Milan che è un momento importante per Giampaolo. In campo c’è Fabio Quagliarella, oggi nuovamente suo giocatore: «Era con me all’Ascoli e non ha perso l’entusiasmo. Penso che la Juventus gli abbia insegnato molto, oggi a 35 anni si pone davanti al suo mestiere con una professionalità incredibile e credo che questi insegnamenti li abbia appresi a Torino. Alla fine di quella stagione arriva la squalifica, perché non avevo il patentino: presentavo la domanda a Coverciano e me la rifiutavano. È successo quattro, cinque volte. C’era una barriera di 40 iscritti e ogni volta mi passavano avanti tutti quelli che chiudevano in Serie A o Serie B e avevano un curriculum migliore. Forse grazie a quella squalifica mi diedero la possibilità di mettermi in regola, avrei fatto a meno di quella pubblicità negativa, ci rimasi molto male perché intendevo il mestiere dell’allenatore come una passione».

Poi Cagliari, Siena, Catania, Cesena e Brescia: tante squadre, tanti bassi e pochi alti per Giampaolo. In seguito arriva la Cremonese e la svolta con la telefonata di Maurizio Sarri, in prospettiva c’è l’occasione di andare ad allenare l’Empoli: «Dopo il periodo negativo a Brescia covavo rabbia, risentimento. Andai a Cremona, non conoscevo la squadra, erano quartultimi in classifica, fu l’unica occasione in cui subentrai. Ero motivato, il rischio era altissimo, non li avevo mai visti giocare. Trovai una disponibilità altissima da questi ragazzi di Lega Pro, cosa non scontata in una categoria che spesso vede giocatori a fine carriera. Eravamo in quindici, giovani, per me è stata la più bella esperienza in carriera. Era la mia ultima spiaggia. Mi ricordo che chiamò Sarri per dirmi che avrebbe fatto il mio nome all’Empoli, se non fossi andato a Cremona probabilmente non avrei più allenato».

L’Empoli e il post Sarri si rivelano essere la chiave per tornare nel calcio che conta. Anche il Milan bussa alla porta di Giampaolo, ma prima lo fa la Sampdoria: «Ci siamo incontrati con il dottor Galliani, ci sentivamo. Penso che fossi un suo candidato ma, come succede spesso, si sono prese altre decisioni. Devo ammettere che concomitante con il Milan, anzi probabilmente prima della telefonata di Galliani, mi aveva chiamato Osti dalla Sampdoria. All’epoca c’era Montella, ma mi dissero chiaramente: “se lui va via, prendiamo te”. Il problema era che se non se ne andava nessuno, sarei anche potuto rimanere senza panchina».

Tanti presidenti in carriera, l’ultimo è l’istrionico Ferrero. Tante tifoserie, l’ultima è quella blucerchiata. In entrambi casi è scoccata la scintilla: «Con il presidente non parliamo di calcio. È un uomo che capisce gli uomini: penso che sia stata la vita ad averlo plasmato, la strada. A lui non importa nulla, però sa riconoscere la passione e non sbaglia mai. Il Ferrero privato è diverso da quello pubblico. Credo che il tifoso alla fine si faccia prendere dall’esito della partita, ma sa riconoscere il livello di credibilità degli uomini, dei calciatori e degli allenatori. Ho avuto fin da subito un buon rapporto con la tifoseria blucerchiata: quando arrivai alla soglia del derby, dopo quattro sconfitte, ricevetti un attestato di stima straordinario: “Mister siamo con te” e io non avevo ancora fatto  niente. Probabilmente se non avessi vinto quel derby mi avrebbero esonerato. Tempo fa ho detto che nei miei sogni c’è quello di allenare l’Inter: è un sogno, perché è la squadra che tifavo da bambino, per cui mi litigavo con gli altri bambini juventini. Ma non ho molto tempo, non penso di allenare ancora per molto, chiuderò a sessant’anni e mi aprirò la mia scuola calcio».

Tanti campioni allenati, l’ultimo è Schick: «È arrivato che era un bambino, non era formato. Il primo Schick doveva farsi strutturalmente, è cresciuto tanto in sei mesi, fisicamente, oltre ad avere delle qualità uniche. Non è mai stato banale, mai ha fatto giocate scontate, aveva sempre quel quid in più. Avevo capito che sarebbe andato via, a lui ho augurato il meglio: nessuno deve restare per forza in un posto. Ognuno deve seguire i suoi sogni e le sue ambizioni. Era impossibile non aver colto la sua qualità seppur non avesse giocato con continuità. Ogni volta che lo avevo schierato aveva fatto la differenza e questo è un valore aggiunto che hanno i giocatori stranieri: non hanno sovrastrutture particolari, se non giocano la domenica durante la settimana cercano di metterti in difficoltà».