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Ranieri: «Sampdoria, proviamo a fare 26 punti. Rinnovo? Vi dico la verità»

Francesca Faralli

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Claudio Ranieri si racconta: dalle ambizioni personali, al rinnovo di contratto con la Sampdoria. Le sue parole al Secolo XIX

Claudio Ranieri, tecnico della Sampdoria, si racconta in una lunga intervista al Secolo XIX. Tanti i temi trattati: dagli obiettivi personali a quelli della squadra blucerchiata, la crisi del calcio e il rinnovo di contratto.

CAMPIONATO – «La seconda stagione anomala, la prima intera a porte chiusa. È un calcio ancora più business. Diverso, asettico. Noi siamo abituati a vivere in mezzo ai tifosi. Cito come esempio la partita con il Lecce a Marassi dell’anno scorso. Giocammo di un male assurdo eppure la gente ci sosteneva, ci soffiava dietro. Io mi stupivo. Finisce la partita e la curva ci fischia. Per me una grandissima emozione, in positivo. Non me lo potrò mai dimenticare. E l’ho apprezzato ancora di più perché so quanto è difficile giocare da nemico in casa. Il tuo tifoso che ti fischia contro è la cosa più brutta che ci sia».

CALCIO BUSINESS – «Perché adesso noi giochiamo per le pay-tv, forse anche per sostenere da un certo punto di vista gli sportivi costretti a stare a casa per la pandemia. Ma io ho sempre giocato per i tifosi. Firmo i contratti e non so nemmeno quanto guadagno, mi dovete credere. Subito dopo mi dedico ai tifosi, dobbiamo essere un tutt’uno. Qui alla Samp è così, ma a porte chiuse non lo avverto».

CONTRATTO – «Non mi sono mai preoccupato dei miei contratti quando ero giovane, figuriamoci adesso. Firmare un contratto per me significa anche che se mi secco, me ne vado. O mi cacciano via, se non raggiungo gli obiettivi. Ma io sono molto onesto con me stesso, per cui non mi preoccupo. Se avessi voluto approfittare del momento, una volta salvata la Samp nella scorsa stagione, avrei detto che a scadenza non mi sentivo sicuro, bla bla bla. Ma io non ho fretta, non ho l’impazienza del contratto. Ho la pazienza per essere sereno e felice, per poter dare tutto me stesso ai miei calciatori».

DESIDERIO – «Io voglio stare 100 anni in una società. Ho mai detto che voglio andarmene?».

ACCORDO ECONOMICO –  «Noi allenatori siamo come gli avvocati. Ce ne sono di diversi tipi, dipende quello che vuoi. Io per venire alla Samp ho detto scendo un po’, il presidente è salito e c’è stato questo matrimonio. Perché sapevo che non poteva permettersi il mio budget. E allora? Prima con l’acqua alla gola tutto è andato bene, adesso non va bene? Quando mi chiamerà, ci parleremo».

PROPOSTA – «Io non faccio filtrare un bel niente. Le fanno filtrare. Interessa Juric, questo o quell’altro tutto ad arte. Io non ho mai fatto contratti a obiettivi. A Parma ho anche firmato in bianco e poi ho detto “pensavo che i soldi fossero pochi, ma non così pochi”».

CALCIO E CORONAVIRUS – «Il Covid entra nel nostro quotidiano ma con i calciatori parlo quasi esclusivamente di calcio. Io non entro mai nello spogliatoio dei ragazzi. Parlo con loro in campo o durante le analisi video. Mentre con i miei collaboratori si parla di tutti gli aspetti, e adesso questo è il più impattante».

OBIETTIVI – «Io offro sempre obiettivi raggiungibili, non posso dire ai miei calciatori che vinceremo tutte e 10 le ultime partite o lo scudetto. Nel girone di andata abbiamo raccolto 26 punti grazie a exploit bellissimi entrati nella storia di questa stagione, come le vittorie con Lazio, Atalanta e Inter. Ora ci aspettano 10 partite anche con avversari difficili e come obiettivo, almeno per me lo è, ci metto di andare a vincere contro uno di questi squadroni. Proviamo a fare 26 punti anche nel ritorno. Quando facciamo le partitelle i miei calciatori non ci stanno mai a perdere, si incavolano anche con me o con gli avversari di turno che sono fratelli e amici. Facciamolo anche la domenica. Io sono sempre motivato, anche quando gioco con mio nipote di 6 anni che potrebbe pensare che io lo lasci vincere. Invece no. Perde. Perché così impara che nessuno gli regalerà nulla nella vita. Si va in campo per vincere dando il massimo, il sangue per la squadra. Dopo accetto ogni risultato. Io da giocatore non ero uno tecnico, ma prima di battermi dovevi uccidermi. Se sei in A è perché hai qualità, però poi mi devi dare la tua vita in campo».

LEADER O GRUPPO – «Non è questione di avere o no dei leader, c’è chi è agonista al 100% e chi al 50% e c’è già un 50 di differenza. Io che faccio l’allenatore a chi sta al 100 do una pacca sulla spalla, con chi sta a 50 devo fare i salti mortali ma per portarlo a quel 50. È una battaglia persa? Ho capito, ma quando non riesco a fare qualcosa mi prendo sempre io le responsabilità di non essere riuscito a trovare la chiave giusta per farlo incavolare o reagire. Cerco di coniugare quella bellezza di quando abbiamo la palla con quella fame di quando non ce labbiamo. Qui rimproverate la squadra che arrivata al risultato si rilassa, ma a cosa è dovuto? All’ambiente. Non si riesce a capire che bisogna lottare fino alla fine. Una volta il Siviglia e il Betis in primavera mollavano. Ora non più. Sono entrati nel loop giusto, non ci sono più feste n’è sole. In Inghilterra i calciatori inglesi scherzano, musica a tutto volume. Poi in campo danno il 120%. E cambia anche da una città all’altra. Intendo il clima, ambiente… tutto. Perché mi devo fermare quando sono salvo? Perché? Genova mi ha sbalordito e cito ancora l’episodio del Lecce. E non lo dico per piaggeria. Da bambino al Testaccio cercavo la maglia della Samp, mi piaceva. Era la Samp di Cucchiaroni. Una squadra che mi è sempre stata simpatica e voglio che questa Samp ritorni a essere simpatica. Anche per i tifosi delle altre squadre. Non dico ai livelli di quella di Vialli e Mancini, perché resterà irripetibile. Anche se bisogna sempre puntare in alto».

SAMPD’ORO – «Quando andai a Cagliari la prima cosa che dissi è “scordiamoci lo scudetto di Gigi Riva”, perché usciremmo dal comparabile. Quindi scordiamoci Vialli e Mancini. I tifosi li portano nel cuore hanno vissuto un momento bellissimo, ma non giudichiamo più in base a quell’epopea. Sappiamo che la Samp ha vinto uno scudetto in quella maniera, ora lavoriamo passo dopo passo. Io ammiro il presidente dell’Atalanta, Percassi, che ogni volta allinizio del campionato dichiara che il suo obiettivo è la salvezza».

FERRERO – «Avrà anche lui un posto nel mio libro… un bel capitolo».

TANTI MODULI – «Perchè ad esempio Keita e Gabbiadini li ho avuti pochissimo. Per un bel po’ ho giocato solo con Quagliarella. Nel momento in cui vedo che le punte crescono, è logico che cerco di metterne due per avere un po di peso in attacco. Non sono uno di quei santoni che ha un sistema di gioco e fa sempre quello a prescindere dai calciatori. Io come ha detto Allegri non ho bisogno di sentirmi bravo. Dico sempre, se vi trovate in difficoltà non mi riportate la palla davanti all’area di rigore perché impazzisco. Costruiamo da dietro ma quando si può fare. Al Valencia mi accusavano di non fare possesso palla. Nel 1999 ho battuto 3 volte in 15 giorni il Barcellona di Figo, Rivaldo, Luis Enrique, Kluivert, Guardiola. Il mio calcio vuol dare emozioni. Il basket piace perché è un continuo capovolgimento di fronte. Se allora io tengo questa palla ma non ho calciatori per scardinare gli ultimi 30 metri, che la tengo a fare? Devo andare veloce verso la porta avversaria e creare occasioni. E così forse il pubblico si diverte. La mia azione simbolo è gol di Verre a Firenze, lancio di Audero. Poi sono belli anche i gol come quello di Candreva con il Toro, 10 passaggi».

VALENCIA – «A Valencia presi il posto di Valdano e cominciai male. Mi convocarono in sede. Gli dissi, avete sbagliato acquisti Romario incluso e allenatore. Avete preso un italiano che vuole andare subito in attacco, qui ci sono giovani stupendi se non mi mandate via io li faccio giocare. Questo per chi dice che non faccio giocare i giovani, misi Zola al posto di Maradona. Non è un sassolino, ma fatemele dire le cose del calcio».

POLITICA – «Ogni partito è una squadra e io come potrei avere una squadra con gente che a volte sta con me e a volte contro? C’è qualcuno che vuole fare il bene di questa nazione? Ora arrivano tutti questi soldi, vogliamo dare l’ergastolo a chi fa il furbo e se ne appropria?».

SUGGERIMENTI NEL CALCIO – «È cambiato tutto. Dal 60 al 2000 i portieri di 1,80 erano giudicati alti, bene ora devono essere 2 metri. Alziamo un po le porte, potrebbe essere un’idea, il campo è quello, vogliamo giocare a 10? Anche se penso che 11 vadano bene?».

SCUDETTO SAMPDORIA – «Ci vuole tempo per costruire una squadra. Pirlo era santone ora è uscito dalla Champions e non lo è più. Ma lasciatelo lavorare poi starà ad Agnelli capire se lo ha cambiato troppo presto o no. Non si ha più tempo. Puoi spendere quello che vuoi, ma facendo le cose oculate e dando tempo allallenatore e alla squadra. Guardiamo l’Atalanta, la Lazio doveva prendere Bielsa ha preso come ripiego Inzaghi, ora un super allenatore. Spesso si sbaglia e la colpa è sempre del vaso di coccio. Troppo facile».

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