Utopie, mercato inesistente e l’addio: il fallimento di Sabatini

Sabatini Sampdoria
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Sabatini lascia la Sampdoria senza aver inciso in alcun modo: l’esperienza del direttore dell’area tecnica blucerchiata non può che definirsi un fallimento

L’addio di Walter Sabatini alla Sampdoria dopo il litigio con il presidente blucerchiato Massimo Ferrero è la velenosa appendice di un pomeriggio cominciato male e terminato peggio per il club bluerchiato, estromesso di fatto, nonostante le dichiarazioni di circostanza del tecnico Marco Giampaolo, dalla lotta per l’Europa e investito da un terremoto societario del quale la dirigenza tutta avrebbe fatto volentieri a meno. Dopo un pesante screzio negli spogliatoi con Ferrero – durante il quale sono volate anche parole grosse -, Sabatini ha rassegnato le sue irrevocabili dimissioni da direttore dell’area tecnica blucerchiata dieci mesi dopo aver assunto l’incarico con tanta voglia di fare e di costruire una squadra che potesse sferrare l’assalto alle squadre d’elite del calcio italiano.

Il sogno a occhi aperti dell’utopista Sabatini era cominciato così, quando in un pomeriggio di giugno si era presentato alla stampa genovese e ai tifosi blucerchiati con il suo parlare forbito e un po’ trasognato, dichiarando a chiare lettere che l’obiettivo della Sampdoria avrebbe dovuto essere almeno la conquista dell’Europa, meglio ancora se si fosse trattato di partecipare alla Champions League. Questa era l’utopia calcistica che Sabatini avrebbe voluto coltivare a Genova: sovversione delle gerarchie del campionato e calciomercato improntato alla ricerca di nuovi talenti, andando magari a pescare in quei campionati dai quali l’ex ds della Roma ha sempre scovato innumerevoli diamanti grezzi, Brasile e Argentina.

Dichiarazione di intenti che era piaciuta fin da subito a società e tifosi. Purtroppo, però, l’operato di Sabatini si è praticamente fermato a questa ambiziosa programmazione. I problemi che hanno caratterizzato la sua gestione per tutto l’arco della sua esperienza in blucerchiato, infatti, sono iniziati subito. Prima una visita a fine luglio negli Emirati Arabi per siglare un patto di collaborazione con l’Al-Ittihad – club per il quale avrebbe dovuto svolgere il ruolo di consulente tecnico, pur restando vincolato agli impegni presi non più di un mese prima con la Sampdoria – che aveva gettato nell’imbarazzo la società di Corte Lambruschini, quindi un calciomercato quasi del tutto inesistente, con il colpo Jandrei sfumato – il portiere ora fa panchina al Genoa – e l’arrivo di Junior Tavares – due presenze in Serie A fino ad oggi, per un totale di 103 minuti giocati.

Dopo il mercato estivo deficitario era poi arrivata la malattia, il ricovero in ospedale e la lunga riabilitazione. Una causa di forza maggiore che aveva tenuto Sabatini lontano da Genova per molti mesi. Tornato in forze e operativo intorno a fine marzo, Sabatini aveva ricominciato a seguire le vicende blucerchiate dal vivo con l’intento di restare alla Samp nonostante il contratto in scadenza a giugno. Nel post-partita con la Roma, infatti, Sabatini affermava di voler rimanere a Genova, a patto che al timone della società restasse Ferrero. Dichiarazioni che facevano trasparire un buon rapporto fra presidente e direttore dell’area tecnica, e che avrebbero portato a scommettere su una prosecuzione del sodalizio anche in vista del prossimo campionato.

E invece, come spesso accaduto a Sabatini in carriera, le buone intenzioni e la progettualità a lungo raggio sono state spazzate via da imprevisti imponderabili, violente tempeste emotive che hanno scombussolato i piani del direttore e delle squadre per le quali ha lavorato in passato. Era successo all’Inter con le sue improvvise dimissioni, è successo anche alla Sampdoria. Un addio improvviso, un fulmine a ciel sereno, ma Sabatini, si sa, è uno di quegli uomini che non possono essere punti sull’orgoglio. Qualche parola di troppo da parte di Ferrero è bastata per farlo sentire di troppo. Con l’exploit di ieri Sabatini ha chiuso così la sua esperienza in blucerchiato, un’avventura di dieci mesi – o meglio, di quattro se si esclude il periodo della malattia – durante i quali il direttore dell’area tecnica non è riuscito a incidere sotto alcun punto di vista. Un’avventura che si è fermata al sogno e all’utopia, senza concretarsi in azioni che aiutassero la Sampdoria a crescere e a migliorare. Quello che, se si vuole essere onesti fino in fondo, va chiamato semplicemente un fallimento.