Praet dal Belgio: «Alla Samp sono felice, il club crede in me»

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I primissimi mesi in Italia, per chi viene dall’estero, non sono mai facili. Se ne accorsero per esempio i tifosi sampdoriani quando la società prelevò dall’Estudiantes Joaquin Correa, considerato un vero e proprio crack in patria. L’argentino – complici anche alcuni problemi fisici che ne rallenatrono l’inserimento in squadra – faticò moltissimo a trovare posto nei convocati dell’allora tecnico Sinisa Mihajlovic ed esordì solo a fine campionato.

 

Quest’anno sono diversi i giocatori arrivati da altri campionati. Alcuni di loro, vedasi Linetty, si sono adattati perfettamente fin da subito al calcio italiano, tanto che il numero 16 blucerchiato è una delle certezze dl tecnico Giampaolo in mezzo al campo. Altri avranno bisogno di un processo di ambientamento leggermente più lungo. Potrebbe essere il caso di Dennis Praet: il belga arrivato dall’Anderlecht ha giocato già alcune partite mettendo in mostra il suo bagaglio tecnico e il suo spirito di sacrificio – un binomio raro -, ma, per adesso, Giampaolo gli preferisce Alvarez sulla trequarti e Barreto in mediana.

Un sintomo, questo, del fatto che il classe ’94 debba ancora entrare appieno nell’idea di calcio professata dall’allenatore blucerchiato. Nonostante ciò, Praet è soddisfatto del suo ambientamento alla Sampdoria, come ha confessato, dal ritiro del Belgio U21, ai microfoni di Het Laatste Nieuws: «Sono felice. So che le persone tendono a guardare i risultati, che non sono esaltanti, ma per quanto mi riguarda sta andando tutto perfettamente. Ho subito trovato una bella casa e la società ha fatto di tutto per mettermi a mio agio pianificando tutto, fin nel minimo dettaglio: un nuovo numero di telefono, nuovo conto bancario e un tutor personale che mi affianca, cosa che mi aiuta ad integrarmi. Perché ho scelto l’Italia? La Serie A è un torneo di alto livello e il club crede in me. Hanno fatto un investimento importante per un giocatore che aveva ancora solo un anno di contratto con la sua squadra. In Belgio lavoravamo sulla tattica una volta alla settimana per  un quarto d’ora: qui ne facciamo quasi tutti i giorni per una mezz’ora. Un giorno guardiamo le immagini degli avversari, l’altro studiamo la nostre contromosse: non lo trovo noioso ma molto interessante».

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