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Flachi: «La Sampdoria da Cagni a Novellino: vi svelo tutto»

Francesca Faralli

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Francesco Flachi si racconta in una lunga intervista: dalla Fiorentina alla Sampdoria. I rimpianti, i ricordi e la voglia di ricominciare

Francesco Flachi si racconta ai microfoni di footballnews24.it. L’arrivo alla Sampdoria, il rapporto con i suoi allenatori, fino alla squalifica e l’addio al calcio.

FIORENTINA NEL CUORE – «L’amore viscerale per la Fiorentina mi è sempre rimasto. Non voglio assolutamente mancare di rispetto ai tifosi della Sampdoria, ma ho sognato di fare a Firenze il tipo di carriera che ho fatto a Genova. A livello calcistico, però, guai a chi mi tocca la Sampdoria, perché ho avuto e ho tutt’ora un rapporto speciale con i tifosi blucerchiati. Ripeto, sono stato a Genova quello che è stato Antognoni a Firenze».

BANDIERA ALLA SAMPDORIA – «È stato un qualcosa di graduale e molto naturale. Con il passare degli anni facevo sempre meglio, raggiungevo volti noti della Sampdoria nella classifica delle presenze e mi sarebbe piaciuto vedere dove sarei arrivato senza tutte le cazzate che ho commesso, perché avevo ancora 32 anni e tanti record da raggiungere. Questo è il mio unico rammarico. Ti devi meritare sul campo l’investitura di bandiera e io ho avuto la fortuna e la qualità di riuscire ad entrare sempre nei progetti degli allenatori che arrivavano».

INIZI A GENOVA – «Il primo anno a Genova ho fatto fatica perché, arrivando a parametro zero, non ero stato scelto dall’allenatore, ma dalla società. L’arrivo di Cagni ha cambiato tutto, perché mi ha dato fiducia. Mi ha sempre detto ‘Io ti ho dato fiducia, più di quello non potevo fare. Dopo sei stato bravo tu’».

RAPPORTO CON GLI ALLENATORI – «Il rapporto con gli allenatori, ai miei tempi, era molto diverso. Non avevi tutto questa confidenza, gli allenatori cercavano di scuoterti, di motivarti, alle volte si arrivava anche faccia a faccia per tenere alta l’attenzione perfino durante gli allenamenti. Quando si perdeva non volava una mosca fino all’ultima mezzora della partitella del martedì. Noi eravamo preoccupati della reazione del tecnico il giorno dopo, oggi vedo tanti allenatori che, anche in caso di sconfitta, abbracciano allegramente i propri giocatori a fine partita. C’è poca appartenenza, una volta lo spogliatoio si condivideva e non ottieni i risultati che ha conquistato la Sampdoria in quegli anni senza la forza del gruppo».

GOL PIU’ BELLO – «Sarebbe facile ricordare un gol segnato in rovesciata, invece dico quello realizzato contro il Messina che ci ha dato la sicurezza della permanenza in Serie B. Quello è stato un anno un po’ particolare perché, nonostante avessimo una squadra costruita per tornare in Serie A, abbiamo incontrato grandi difficoltà, rischiando di retrocedere in Serie C. Mi ricordo che la scadenza del mio contratto era vicina, avevo già fatto quasi 60 reti tra campionato e coppa e mi voleva il Monaco. Non ho accettato, anche per un sentimento di riconoscenza nei confronti del popolo blucerchiato, e quella forse è stata la svolta nella storia d’amore tra Francesco Flachi e la Sampdoria».

NOVELLINO – «Forse all’inizio, se non hai carattere e personalità, puoi soffrirlo perché è un rompicoglioni dalla mattina alla sera. Mi ha insegnato tanto, ad essere continuo e a non fare una partita si e venti no, ad allenarmi sempre con la cattiveria giusta e a non pensare come se avessi già il posto assicurato. Fortunatamente mi sono impuntato a voler rimanere a Genova, nonostante le iniziali incomprensioni. Nell’anno delle rovesciate, dopo l’ottava giornata, Novellino è venuto da me e si è scusato per avermi giudicato troppo presto. Da lì è nato un rapporto di profondo rispetto, tanto che lo considero tutt’oggi un padre calcistico. Oggi, in Italia, soprattutto a livello difensivo, ce ne sono pochi come il mister, anche perché si dà troppa importanza alla fase offensiva e troppo poca a come si difende. Bisogna sempre trovare il giusto equilibrio, come dice Allegri il calcio è semplice: il portiere non può fare la mezza punta o il difensore non può fare l’attaccante».

RIMONTA INTER – «Alla fine della partita eravamo comunque consapevoli di aver fatto una grande prestazione. Vincevamo 2-0, lo stadio si stava svuotando, ma la grande squadra è anche questa ed è quella che ti costringe a non abbassare mai la tensione. Tanto dispiacere, ma anche tanto orgoglio per aver messo in difficoltà una grande squadra e questo ci ha dato anche maggiore consapevolezza nei nostri mezzi. Antonioli ha parato anche le mosche e noi abbiamo capitalizzato al massimo tutte le occasioni che abbiamo avuto contro una squadra ricca di campioni. Un aneddoto? A cinque minuti dalla fine io esco e Novellino fa entrare Carrozzieri, dicendogli ‘Prenditi anche tu la gloria’. Non l’avesse mai detto… In fondo, nonostante tutto, quella partita me la ricordo con piacere, se la fanno rivedere spesso vuol dire che, a prescindere, è una cosa bella».

MIGLIOR COMPAGNO – «Dipende da tanti fattori. A livello di carriera e per il fatto che sono fiorentino è stato un grande onore giocare con Batistuta, per affiatamento in campo, caratteristiche e amicizia dico Bazzani. Non eravamo invidiosi l’uno dell’altro e il nostro rapporto andava aldilà del calcio, tanto che è stato anche il mio testimone di nozze. Bastava uno sguardo per trovarsi in campo, anche perché quello che facevamo lo facevamo non per noi stessi ma per il bene della Sampdoria».

CASSANO-PAZZINI – «Non bado a chi era più forte o più debole, ognuno va giudicato nel periodo di riferimento. Noi abbiamo fatto bene nel nostro periodo, Cassano e Pazzini hanno fatto bene nel loro. Quello che è più importante è che tutti abbiamo agito nel bene della Sampdoria. Diplomatico? Ormai ho un po’ di esperienza».

ADDIO E RITORNO – «É stato molto difficile, mi è sembrato quasi di essere fuggito e, per come sono fatto io, non ci sono abituato. Sono abituato a lottare. In quel momento avevo perso la fiducia in questo mondo, perché nel caso calcioscommesse mi avevano tirato in ballo per delle cose che non avevo fatto. Sono stato squalificato solo perché hanno presunto che avessi fatto una cosa del genere e questa situazione l’ho pagata mentalmente. Lippi mi aveva chiamato in Nazionale, avevo fatto due reti in tre partite in campionato e, poi, è crollato tutto. Nella vita ognuno reagisce in un modo diverso, non tutti abbiamo lo stesso carattere, bisogna sempre trovarsi di fronte ad una determinata situazione. Io ho reagito male, l’ho sempre ammesso, ma non ho fatto male a nessuno e ho sbagliato su me stesso. Alla fine mi sono tolto una piccola soddisfazione, quella di portare 8.000 persone allo Stadio La Sciorba e un contributo da 15.000 euro all’Ospedale Gaslini. Per la prima volta mi sono sentito davvero orgoglioso di Francesco Flachi perché, nonostante tutte le cazzate commesse, rimane la gioia di aver fatto qualcosa di importante. Se uno non è mai entrato in un ospedale del genere non può capire. É la prima volta che mi sono detto ‘Bravo Francesco’, come levarmi un peso da 75 Kg di negatività per tutto quello che mi è successo, per colpa mia si intende. Dopo episodi del genere vieni etichettato per tutta la vita e devi imparare a convivere con i tuoi errori: sui social ti massacrano, prima ci stavo più attento, mentre ora cerco di farmi scivolare certe cose addosso perché, se dai importanza alle persone che ti giudicano, non fai altro che metterle in evidenza e dargli risalto. Io sono uno del popolo, sono uno di loro, sono passati tanti anni e sono convinto che, finita la squalifica, Francesco Flachi possa ancora fare ancora qualcosa di buono nel calcio».

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