Viviano: «Il calcio è un mondo complicato. La Samp…»

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Emiliano Viviano sembra pronto a tornare tra i pali nel 2017 e si racconta in una lunga intervista. Il suo rapporto con il mondo Samp, quello del calcio e la vita: «Il nostro mondo è difficile. Flachi sarebbe potuto essere ancora più forte»

«Infiammata putrida cagna laida», è il suo stato su WhatsApp. Sembra un grido dell’anima, o forse solo lo sberleffo che Emiliano Viviano, a 31 anni, riserva a un mondo che lo coccola, ma prova a divorarlo un po’ ogni giorno attraverso la celebrità. Storia nota, d’altronde. Come quella che racconta il libro di Bob Woodward (sì, proprio uno dei giornalisti del «Watergate») dal titolo: «John Belushi: chi tocca muore», in cui il racconto della vita e dell’autodistruzione dell’attore statunitense è squadernata attraverso la nuda cronaca. Agghiacciante. In una lunga intervista a “La Gazzetta dello Sport”, Viviano racconta cosa gli è rimasto addosso di Belushi: «La difficoltà del rapporto di una persona con il successo. Il nostro ambiente non è rose e fiori. Lui è finito nella droga, qualcuno di noi nella depressione, soprattutto quando senti di non poter esprimere appieno le tue qualità. È pieno di gente così in mezzo a noi».

MOMENTI DIFFICILI – Buffon lo ha raccontato: «Ne ho parlato tanto anche con lui. Gli è capitato perché è una persona molto intelligente; quelli così sono forti e deboli allo stesso momento. A me non è ancora successo. Il vero rischio di un calciatore è il non saper gestire la pressione, la notorietà, il dover comunque rendere conto a migliaia di persone dei propri comportamenti e della propria vita privata, che è il lato oscuro del successo. Come Belushi, noi siamo uomini di spettacolo ma, a differenza di lui, dobbiamo essere anche da esempio, il che non è facile. Ci accomunano la schiettezza. Anche lui viveva il suo mestiere al 100%. Io cerco di essere sempre me stesso, ma non è facile. Nel mio mondo hai a che fare col top come con gli ultimi, e io molto spesso mi trovo meglio con questi. Sono uno curioso, attento alle vite degli altri. Le faccio un esempio: conosco Renzi e ci siamo visti anche quando è venuto a Genova, ma la scorsa settimana sono andato a cena con uno appena uscito di galera dopo una condanna a 16 anni per droga. Ognuno per me ha una storia da capire».

ANOMALIA – Viviano potrebbe rappresentare un’anomalia per l’ambiente calcio: «No, ce ne sono altri come me, ma fa comodo far risaltare gli atteggiamenti sbagliati. Pensi a Balotelli. L’immagine che ha non corrisponde alla realtà. Si parla di lui che viene fermato in Ferrari, non che sta all’oratorio coi ragazzi senza farsi problemi». Vale anche per il suo compagno di squadra Cassano, allora? «È diverso. Antonio ormai è grande, è consapevole dei suoi atteggiamenti. Fa fatica a non dire quello che pensa e per questo è andato sopra le righe. Sa anche lui che poteva fare molto di più in carriera, ma credo che alla fine sia contento così. È rimasto se stesso: ha avuto niente e ha avuto tutto. Forse è questione anche familiare, di educazione ricevuta, di valori. Mia madre e i miei fratelli, ad esempio, non sanno neppure quanto guadagno».

PREGIUDIZI – A proposito di origini, Belushi non parlava mai delle sue origini albanesi perché in un Paese così anticomunista poteva essere un problema. «Gli americani sono pieni di pregiudizi, ma non mi faccia parlare di politica perché ci condurrebbe in luoghi pericolosi. Le voglio però citare questa frase di Mark Twain: “Se votare cambiasse veramente le cose, non ce lo lascerebbero fare”. So che le mie idee possono essere discutibili, ma una cosa è certa: ci terrei a essere giudicato una brava persona». Viviano ha un modo tutto suo di gestire la popolarità: «Quello di cui ho più paura è la solitudine. Do fiducia a tutti, ma sono bravo a capire le persone. Il nostro ambiente è pieno di sciacalli che vogliono cibarsi della nostra notorietà e provano a truffarci. Gente che ti può portare su brutte strade». Ha conosciuto calciatori alla Belushi, portati cioè all’auto-distruzione? «Sì, Flachi. Era fortissimo e lo sarebbe stato ancora di più. Qui a Genova lo ricordano con lo stesso affetto di Mancini».

PALLONE – Belushi è stato l’anima del film «Animal house». Il calcio un po’ lo è? «Certo, ce ne vuole per tenere insieme trenta imbecilli in uno spogliatoio. Molti sono ragazzini pieni di soldi, con una cerchia di persone che li spingono. Io se fossi allenatore picchierei sempre qualcuno. Per questo, io che ne ho visti tanti, le dico che Giampaolo è un fenomeno. È pronto per allenare squadre top. Ma qui alla Samp lo spogliatoio è meraviglioso. La società è stata brava». Nel film c’è la celebre battuta: «Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare». Per Viviano è una verità manifesta: «Nelle situazioni difficili vengono fuori gli uomini, mentre altri sono leoni in un pollaio. Ho conosciuto gente vera, come Seedorf, Eto’o, Ronaldo, o quei 4­5 della Juve che sono tosti. E detto da un fiorentino vale doppio».

PARTNER – Se Viviano rifacesse «Blues Brothers» e fosse «in missione per conto di Dio», chi prenderebbe come partner e per quale obiettivo? «Prenderei Andrea Coda, che è all’opposto di me e mi tiene buono, e come missione limiterei le tv, anche se so che non ci converrebbe. Vorrei tornare a vent’anni fa, togliendo anche tutte le restrizioni per andare allo stadio. Nell’animo sono rimasto un ultrà, gente che dà tutto senza ricevere niente, anche se so che in curva c’è chi ci lucra».

LONDRA – Lei è stato all’Arsenal, qual è la differenza con l’Italia? «Un altro mondo. Non hanno il concetto di gruppo che abbiamo noi; è quasi come andare in ufficio. Nessuno ti racconta i propri affari. Vengono, si spogliano, fanno allenamento a trecento all’ora e vanno a casa. Puoi stare a fianco ad un compagno per 3­4 anni e non conoscere niente della sua vita. Quando escono però sono più matti di noi. Bevono come disgraziati. Qui dopo la partita noi andiamo a ballare, loro si sfasciano. È tradizione, le mogli sanno che i mariti torneranno il giorno dopo».

VITA – Nel trittico di sesso droga e rock and roll lei come è messo? Cominciamo proprio dal sesso. «Me la cavo benissimo, ma mi sono fidanzato a 17 anni con Manuela, mia moglie. Lei è un tipo esuberante, di solito in tribuna mi riempie d’insulti. Rispetto a me è ancora più istintiva. Siamo una bella coppia. È l’unica donna con cui sarei potuto stare tutto questo tempo». Passiamo a droga e rock and roll. «La droga non mi interessa, ma la musica mi piace da morire. Mi piace vivere in modo rock. Noi calciatori facciamo il secondo mestiere più bello del mondo, perché il primo è la rockstar. Scrivi una canzone, la canti e milioni di persone possono ascoltarla, legandola a dei momenti della loro vita: è una soddisfazione importante». Se fosse una rockstar, Viviano ha un chiara idea di chi gli piacerebbe essere: «Il mio gruppo preferito sono i Metallica, ma direi Jim Morrison. I maledetti mi piacciono. La sorprenderò: Bruce Springsteen, mi piace relativamente come musicista e per niente come personaggio. Troppo legato alla sinistra. Dice molte frasi fatte. Fra gli italiani sono molto amico di Omar Pedrini, che il giorno del mio matrimonio ha suonato “Redemption song” di Bob Marley. Apprezzo Vasco, fa spettacoli meravigliosi, mentre non sopporto Ligabue, sembra che stia sul palco per farti un favore. Lei non ci crederà, ma sa qual è dal vivo il concerto che più mi ha sorpreso? Marco Masini: fantastico. L’elenco comunque è lungo».

RIMPIANTI – A parte fare la rockstar, Viviano potrebbe avere qualche rimpianto in carriera: «Forse uno. L’Inter voleva tenermi per farmi diventare l’erede di Julio Cesar, io non ci ho creduto e ho voluto andare via. Se fossi rimasto, ora sarei il portiere dei nerazzurri». Senta, ma lei vorrebbe che sua figlia sposasse un Viviano? «No, perché è difficile stare con me. Se scrivessi la mia autobiografia succederebbe un casino, ma mi sa che si è capito, vero?».