Connettiti con noi

Editoriale

La Sampdoria più bella è quella che vince

Pubblicato

su

Ascolta la versione audio dell'articolo

La Sampdoria cresce nel gioco e spreca l’opportunità di intascare altri tre punti: lo spettacolo è nullo se, alla fine, non si vince

La Sampdoria sta crescendo. Il Derby della Lanterna vinto contro il Genoa ha dato una svolta netta alla stagione dei blucerchiati, che hanno ritrovato una propria identità ricompattandosi e lavorando ciascuno per una causa comune. Accompagnare in porto la nave il prima possibile, per evitare così inutili sofferenze sul finire di una stagione che sembrava non avere né capo né coda. Il percorso finora è stato turbolento, specialmente all’inizio, ma Roberto D’Aversa ha finalmente trovato la chiave di un meccanismo complesso solo in apparenza: bastava tornare alle origini e riadattare la sua filosofia a un 4-4-2 modellabile. A colpire è proprio la fluidità del sistema di gioco che cambia di partita in partita, e più volte durante ogni singola gara. Se alla materia aggiungi un pizzico di sentimento, la ricetta è completa. Però…

«Sotto l’aspetto della prestazione, ottima gara. Abbiamo creato tanto. Quando non sfrutti le occasioni può capitare che gli avversari facciano giocate che compromettano la partita. Avremmo meritato di più. Non abbiamo sfruttate le circostanze positive. Le partite si possono vincere anche 1-0. È mancata la cattiveria». Ecco: ascoltando le parole di D’Aversa è chiaro che non ci si possa accontentare della prestazione. Ben venga il miglioramento dello spettacolo, ma a cosa serve giocare più di 70 minuti in modo (quasi) impeccabile e poi sprecare nel finale una potenziale vittoria con due errori grossolani? La superficialità con cui Adrien Silva gestisce il pallone del contropiede del Venezia e la marcatura troppo lontana di Maya Yoshida permette a Thomas Henry di calciare verso i pali di Emil Audero.

Il problema è sempre lo stesso: sono ancora tante le leggerezze individuali che una squadra bramosa della salvezza non deve commettere. Perché quando l’arbitro fischia e si analizzano le occasioni da gol, la percentuale di possesso palla e l’intensità messa in campo sin dall’inizio (Manolo Gabbiadini in rete dopo 38 secondi), l’1-1 sul tabellino lascia l’amaro in bocca. A maggior ragione contro una neopromossa, in un momento positivo della Sampdoria. Ora c’è la Roma e al netto di un divario tecnico evidente, lo slogan non può che essere uno solo: concretezza. Solo quando ci sarà cattiveria sotto porta si potrà parlare di belle prestazioni ed essere davvero contenti.

Advertisement

News

Advertisement